“Creare mi aveva impedito di vivere veramente. Scrivevo canzoni. Il mio lavoro era andare dietro alle emozioni, che è anche una cosa giusta. Ma ad un certo punto le emozioni finiscono. E allora bisogna cercare di trovare qualcosa di vero, come la vita reale. E io di questa cosa avevo paura”. E la vita reale l'ha trovata, Stefano “Edda” Rampoldi. Operaio specializzato in ponteggi e quarantaseienne musicista a “tempo perso” con in carniere un mezzo capolavoro come l'ultimo Semper Biot. Oltre che – dettagli – una delle figure cardine del rock italiano tra Ottanta e Novanta alla guida dei seminali Ritmo Tribale. Seminali, certo, perché seme furono di tutta quella scena milanese – Afterhours in testa – che proprio nei Novanta sdoganò il rock in italiano, creando un nuovo punto di riferimento per miriadi di musicisti e ascoltatori. Il Nostro, nel frattempo, si era già eclissato tra i flutti di una tossicodipendenza quasi inevitabile, nella spiritualità degli Hare Krishna, comunque lontano dalla band che gli aveva regalato notorietà e rispetto. Abbandonata, neanche a dirlo, nel momento di massimo successo, in preda a quella crisi di identità ben circoscritta dalle parole riportate in apertura e che già allora rivelava una sensibilità enorme ma fragilissima.
Tanto che ad ascoltare ora la musica dell'Edda solista ci si chiede quanto lontana fosse la realtà dei Ritmo Tribale dalla personalità dubbiosa e solitaria del front-man della band. Allora si parlava di un suono preso in prestito dai Novanta americani – Red Hot Chili Peppers, Pearl Jam, ma non solo – mentre il presente si attesta su una canzone d'autore acustica, peculiare, estremamente catartica e difficilmente riconducibile a modelli stranieri. “Semper Biot”, per parafrasare il titolo del disco, ovvero scarna, spoglia di qualsiasi retaggio del passato musicale del suo autore ma nel contempo dai contenuti fortemente autobiografici.
L'idea che ci si fa ascoltando brani come Io e te, Milano, Scamarcio, Snigdelina, è che tutto nasca da un input immediato, quasi irresistibile, come se la musica fosse parte integrante del percorso di recupero dell'uomo, questa volta affrontato senza l'aiuto di comunità esterne. Da un lato verso la riscoperta di una creatività messa in stand-by per dodici anni ma evidentemente innata e dall'altro nel tentativo di riprendere coscienza di sé stessi. I risultati sorprendono, se si ha la pazienza di leggere tra le righe, anche perché è dentro ai brani che c'è tutto quello che serve per entrare in contatto con l'artista. Grazie anche al lavoro egregio di collaboratori come Walter Somà - autore con Edda della maggior parte degli episodi - e Andrea Rabuffetti, fondamentale nel riscrivere la storia recente di Stefano Rampoldi oltre la facciata da rocker maledetto che così poco si addice a un carattere tanto trasparente.
Scheda: Edda
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