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Pubblicazione 07 Novembre 2009

Half-handed Cloud

Anarchia pop

Un cantautore che scava dal di dentro l’indie-pop per fare piccole gemme senza barincentro. Un devoto cristiano che fa docili esercizi di anarchia. John Ringofer, aka Half-handed Cloud
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Half-handed Cloud
Yoni Wolf 2006
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Hello, my name is John Ringhofer, and welcome to this collection of Half-handed Cloud from the 17 non-album releases between the years 2000 and 2009, now available in one convenient place.

Così si presenta, mr. Ringhofer da Knoxville, Tennessee, ideatore senza freni di piccole canzoni che del pop hanno gli elementi ma non la compiutezza, polistrumentista e lo-fier artigianale. Anzi, così inaugura le note contenute nel booklet di quel posto conveniente in cui ha deciso di mettere in ordine tutta la carriera. Si chiama Cut Me Down & Count My Rings, titolo che già dice molto, come del resto la citazione iniziale potrebbe da sola mettere a fuoco questa stranissima creatura chiamata Half-handed Cloud.

Cut me down and count my rings, ci suggerisce il nome della raccolta, ma non per segnalarci presunte discontinuità e ritrovati anelli mancanti, quanto l’opposto, o quasi, sia a livello esistenziale sia musicale. La raccolta o macro-album (46 tracce di artigianato lo-fi melodico) con cui John si propone a un pubblico senza dubbio più vasto – tramite promozione più sviluppata, soprattutto in Europa – è infatti un flusso dove i pezzi si rincorrono tra loro senza soluzioni di continuità percepite. E si ha davvero l’impressione di scoperchiare un mondo, per il quale sono a disposizione almeno due atteggiamenti: la riluttanza a entrarci, ché vi si può rimanere incastrati per giorni, imbrigliati entro una precisa strategia nei confronti dell’ascoltatore. Una massa critica che, in fin dei conti, non è altro che il prodotto di una levatrice di canzoni, oppure di un unico canzoniere quasi infinito, eppure compatto per durata, se pensiamo alla quantità di gemme che contiene. Già, dimenticavamo il secondo atteggiamento, ma è insito nelle premesse: è quello per cui si accettano le condizioni e ci si butta a capofitto nel discorso di Half-handed Cloud, dei suoi schizzi apparentemente non-finiti, o witz cantautoriali.

Non che Cut Me Down & Count My Rings possa a tutti gli effetti essere considerato il primo album di John; né che prima d’ora da questa parte dell’Oceano potessimo ritenerci esclusi dalla distribuzione. Anzi, già Thy Is A Word And Feet Need Lamps (Asthmatic Kitty, 2006), terzo disco di Half-Handed Cloud, aveva viaggiato oltreoceano. Ma è lo stesso Ringhofer, come abbiamo visto, che vede le precedenti uscite come non-album, e in un certo senso a ragione. È l’atmosfera che sa di eppì, in Thy…, nel precedente We Haven't Just Been Told, We Have Been Loved (Asthmatic Kitty, 2002), e ovviamente a partire da un EP vero e proprio, l’aurorale I’m So Sheepy, del 2000, pubblicato inizialmente sull’etichetta Corner Room dell’amico Brandon Buckner, con cui John aveva condiviso l’esperienza di una band precendete, i Wookieback.

Entriamo di getto nella biografia di Ringhofer, giusto per sottolineare due elementi che, ancora una volta, sintetizzano l’insieme. John è stato il primo artista dopo Sufjan Stevens ad aver pubblicato su Asthmatic Kitty, che praticamente ha tenuto con l’amico Sufjan a battesimo. Dopo l’EP del 2000, il Nostro era diventato amico di penna del cantautore newyorkese, che gli chiese qualche brano da mettere su una compilation della sua neonata label, To Spirit Back The Mews. In seguito, lo Stevens farà anche da batterista per il già menzionato terzo disco di Half-handed Cloud. Insieme a lui altre figure a noi note (una su tutti: Nedelle Torrisi dei Cryptacize) faranno compagnia a Ringhofer, interrompendo la sua mania di comporre e suonare tutto da solo, usando strumenti del più classico indie-pop ma anche fiati e piccola elettronica cheap. Ma il rapporto tra Sufjan e John non si basava e non si basa solo sull’intesa musicale. Nel nome della band, nei titoli succitati delle uscite, ma più banalmente nelle liriche delle vocalità poppy e strampalate di Ringhofer non si parla di adolescenza o amore. Si parla di religione, devozione cristiana, Gesù Cristo. Half-Handed Cloud è un nome che deriva dal Vecchio Testamento, e la one-man-band non si è trasferita a Berkeley per respirare aria giovane e idee frizzanti e audaci, ma per offrire i propri servigi alla chiesa locale.

Eppure crea stupore il modo in cui le sonorità di Half-handed Cloud non risentano degli stigmi del christian rock. Il tutto più che composizioni clericali sembra piuttosto un esercizio divertito di complessità nata dalla semplicità. Stesso discorso dei non-album: è la velocità con cui questi frammenti si susseguono a orientarne la lettura come forme brevi, anche se organizzate, e completamente sprovviste dell’aulicità che ci si aspetterebbe. Half-handed Cloud è anzi la riscoperta del livello n-1 delle costruzioni pop. Attira chi ascolta e poi gli mette confusione in testa. È un calderone di musica a-baricenrica, e questo non vuol dire che essa sia rizomatica, o centripeta, perché usa tutti gli elementi che normalmente ci farebbero ricondurre a un baricentro, a una struttura pop. Usando gli strumenti della musica pop, oltre che piccoli inserti di elettronica cacofonica in sordina, Half-handed Cloud produce qualcosa di completamente anarchico. Altro che gerarchie divine. Il divertimento di John è affatto terreno. E lo stress indotto nell’ascoltatore dipende proprio da questa capacità di lasciare sempre degli appigli a qualcosa di orecchiabile senza mai raggiungerla, continuando a cambiarla, e quindi non consentendo alla memoria e al taccuino visuo-spaziale delle nostre orecchie di aggrapparsi a qualcosa.

Ovviamente, tutto questo è molto Residents-iano. Colpo di piatti. E non temiamo di essere considerati bestemmiatori se al capitan scoreggia pensiamo per segnalare come in queste 46 tracce ci siano sempre le stesse forme, gli stessi timbri, quasi le stesse note. Altro colpo di piatti, che in conclusione trascina un dubbio. Cut Me Down & Count My Rings è una summa, un punto e a capo, sotto molti aspetti. E dopo? Ce la dobbiamo aspettare per il futuro, la discontinuità?

copertina pdf #91