Ok E, stavolta hai voluto fare qualcosa di insolito. Era dovuto, date le recenti pubblicazioni retrospettive (Meet The Eels e Useless Trinkets), e soprattutto dopo due spettacoli differenti tra loro come With Strings (2005) e No Strings Attached (2006) – come dire, l’acqua santa e il diavolo. In perfetto tema con l’autobiografia fresca di stampa – Things The Grandchildren Should Know -, hai ben pensato di presentare un set di canzoni che riassumesse la tua vita. “Mark Oliver Everett, this is your life!”, ha così dichiarato la voce fuori campo - Dio? il ragazzo dietro al mixer? - all’inizio dello show. Però anzitutto, per quanto bello e illuminante fosse Parallel Worlds, Parallel Lives, il documentario su te e tuo padre, lo scienziato Hugh Everett III, non sappiamo quanto la visione integrale fosse adatta in quel contesto, specie per un pubblico non anglofono, senza sottotitoli - con tutta quella fisica quantistica! - e per giunta senza preavviso (certo, questo non giustifica i fischi e le impietose urla di disapprovazione levatesi dal pubblico). Forse sì, potevamo aspettarci i reading dal libro, ironici e toccanti insieme, che hai affidato a The Chet, il tuo unico compagno sul palco per questo giro di concerti. Peccato che i tuoi sketch comici, compreso quello in cui leggevi le recensioni dei tuoi show, non sembravano così spontanei; la routine evidentemente ha un prezzo (o forse, come per tutti i timidi cronici, il tuo umorismo alla lunga può risultare forzato). Venendo al sodo, sapevamo già quanto Chet– al secolo Jeffrey Lyster – fosse bravo, e stavolta non si è proprio risparmiato: chitarra, percussioni, lap steel, organo, piano, sega, perfino voce nell’inattesa cover di Good Times Bad Times degli Zeppelin. Fra voi due c’è un’intesa perfetta, come si è visto nel siparietto allestito per Flyswatter, quando vi siete funambolicamente scambiati le postazioni (piano e batteria) senza smettere di suonare. Però, nonostante le sorprese della scaletta - hai perfino ripescato Strawberry Blonde, una b side dal tuo primo album A Man Called E, e anche un bel po’ di pezzi da Electro-Shock Blues-, questa veste così intima e scarna ha finito per far perdere alle canzoni tutte quelle meravigliose sfumature che avevano in studio, o comunque accompagnate da una band come si deve. Non che le varie versioni spoglie fino all’osso di Bus Stop Boxer, Last Stop:This Town, Elizabeth On The Bathroom Floor (brividi) e la conclusiva P.S. You Rock My World siano state spiacevoli ma… Ok E, questa era la tuavita, e hai voluto raccontarla ancora una volta, come meglio ti pareva. Ti ringraziamo ugualmente per questo. Ma forse adesso è arrivato il momento di dare un seguito a Blinking Lights And Other Revelations. O no?
Scheda: Eels
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