"Le persone al giorno d'oggi sembrano troppo imbarazzate per mostrare emozioni. Ma è proprio quello che voglio!"
Julian Cope
E il punk calò anche su Liverpool. Giovani teste e giovani gambe investite dall'onda anomala. Un'intera generazione, come usa dire, strappata all'imperio pernicioso del rockismo hard e alla coda lunga del prog. Restituita alla scossa basale, al grado zero elettrico dove non c'è nulla da perdere neppure se stessi. Con qualche significativa eccezione. Julian Cope, ad esempio. Per lui il punk fu un'esperienza divertente, un gran bel modo di scuotersi le giunture in mezzo ad una mischia di coetanei ipereccitati. Una celebrazione esorcistica allestita da un manipolo di irresistibili marionette ad uso di un fronte di adolescenti disillusi. Molto disillusi. Il punk non fu che una messinscena, in fondo.
Secondo il diciannovenne Cope, mancava al punk l'ingrediente fondamentale: una vitalistica stravaganza. Gallese di Deri, nel South Glamorgan, dove era nato il 21 ottobre del '57, Julian si trasferì da ragazzino a Tamworth, nello Staffordshire, cinquantamila anime adagiate cento miglia a sud-est di Liverpool. Crebbe come un adolescente inquieto, piuttosto insofferente rispetto al sonnacchioso conformismo proletario e piccolo borghese di Tamworth, dal quale si divincolava pasturando l'insaziabile curiosità musicale. E una fiera alterità che lo aiutava a sentirsi vivo. Come racconta nella sua autobiografia, uno dei momenti fondamentali della sua adolescenza fu il bacio che mollò in bocca ad un bulletto che lo stava provocando.
Accadde nel corridoio della scuola. Correva il 1970. Da tempo Julian veniva sbeffeggiato per i suoi modi insoliti, per la sensibilità teatrale (sostenne con successo una parte nella recita scolastica di Oliver Twist) che lo rendeva agli occhi dei coetanei un sospetto gay. Il bullo infatti lo apostrofava "Julie-Ann!", e Cope ebbe l'impulso di agguantarlo per stampargli le labbra sulle labbra davanti ad un bel manipolo di coetanei allibiti. In quel momento il dileggio si trasformò in timore per quell'informe ragazzetto, da lì in avanti bollato ufficialmente come "strano". Per la soddisfazione di Julian, che ebbe finalmente chiara la sua missione: non farsi integrare mai. Neanche nelle forme della ribellione: un bacio "scandaloso" laddove ti saresti atteso una rissa isterica. Difficile da comprendere, impossibile non dedicargli una qualche forma di rispetto.
Ovviamente di lì a poco allestì una band scolastica, nella quale cantava perché altro non sapeva fare. Il meccanismo della passione era ormai in moto. Quindicenne, assistette ad un concerto dei Faust, dei quali amava l'approccio ludico, quel folle stare sul palco come un party da un altro mondo. Più avanti, nel '74, si recò a Birmingham per vedere John Cale. Cose del genere. All'epoca già amava i Can e altri cosmici tedeschi, materia che diverrà centrale nella sua maturità. In quel momento si trattava di crescere. Un percorso di formazione niente male.
Venne quindi il '76, il fatidico '76. Dopo il fallimento agli esami per l'ammissione all'università, Cope fu spedito al Mott College di Prescot, una ventina di km da Liverpool. In quel luogo gli si aprì un mondo. La situazione si presentò subito radicalmente diversa da quella di Tamworth, dove era quasi impossibile trovare dischi e qualcuno che ne possedesse, dove le notizie sul fermento in corso al Cbgb's di New York, che Julian leggeva sul Melody Maker, rimanevano perlopiù sulla carta, difficile per non dire impossibile verificare su vinile la portata di fenomeni quali Television o Talking Heads.
Al college di Prescot, in pieno Merseyside, Cope si trovò immerso in una comunità di ragazze e ragazzi bramosi di aprirsi al mondo. Nel campus circolavano dischi di ogni ordine e grado, tanto che nel giro di due mesi il buon Julian ebbe modo di spararsi una quantità industriale di ascolti, incentrati sul folk psych americano (da Tim Buckley a Country Joe And The Fish, passando per Love e ovviamente Doors) ma anche i cosmici Can, i... funkadelici Funkadelic, le scellerate (scellerati) New York Dolls, la somma imprendibilità di Nick Drake, la sbrigliata hybris dei Traffic, la genialoide arguzia di Frank Zappa. Inoltre, e soprattutto, circolavano dischi di Patti Smith, Modern Lovers, Richard Hell e Ramones, pura vibrazione Cbgb's. Gli ascolti venivano - per così dire - carburati e integrati con ore di interminabili discussioni e chiacchiere, magari al suono delle serali John Peel Sessions. Un universo che si spalancava.
La Liverpool del periodo era, dal punto di vista del pop-rock, una bomba ibernata. Da una parte guardava con eccitato sconcerto all'oltremondo statunitense, dove Television, Pere Ubu, Voivods e via discorrendo stavano mettendo a punto un discorso che in un certo senso proseguiva e per l'altro stravolgeva le sfrigolanti premesse di Mc5 e Captain Beefheart, di Velvet Underground e Stooges. Questo dello sguardo ad ovest era del resto un antico vizio del Merseyside fin da prima dei Beatles: interi bastimenti di suggestioni americane accolti sui docks e trascinati con ogni onore fin nelle più riposte Penny Lane. D'altra parte non si poteva rimanere indifferenti alla pressione esercitata dal punk impellente, e quindi dalla City, direzione sud sud-est. Quando uscì Anarchy In The UK, il famigerato esordio dei Sex Pistols del novembre '76, i giradischi del Regno furono monopolizzati, Merseyside compreso. E' però significativo che a Cope, pur trascinato dall'entusiasmo generale, sembrasse un singolo "troppo perfetto" perché se ne sentisse realmente coinvolto. Ugualmente, quando poche settimane più tardi vide il concerto dei Clash all'Eric's - il club di riferimento per la Liverpool più cool - trovò la loro trascinante presenza scenica ritualizzata, schematica, come un "trenino a molla".
Gli eventi che rivoluzionarono in profondità l'immaginario del giovane Julian furono semmai, e non necessariamente in quest'ordine: l'acquisto di Nuggets; l'acquisto di Final Solution dei Pere Ubu; l'incontro con Pete Wylie e Ian McCulloch, la sera stessa del concerto dei Clash. Cope viveva ormai come immerso in un mondo sonico, tutti i soldi se ne andavano in vinili - per la gioia del cassiere del Probe, negozio di dischi situato nei pressi dell'Eric's - e i due titoli summenzionati furono tra quelli che avrebbero segnato più di altri il percorso del futuro sciamano rock. Nuggets, la compilation di gemme garage-psych imbastita nel 1972 dal fondatore della Elektra Jac Holzman e dal chitarrista Lenny Kaye (poi nel Patti Smith Group), divenne un must per i ragazzi del Merseyside, imprimendo in essi una indelebile fascinazione nei confronti dei fantasmagorici "one hit wonders" dei sixties statunitensi. Non a caso quando Bill Drummond e Dave Balfe fonderanno l'etichetta indipendente Zoo, sarà col dichiarato scopo di non pubblicare long playing ma solo singoli a 45'', individuando in essi l'essenza stessa del pop.
Quanto a Final Solution dei Pere Ubu, per Cope si trattò di una sorta di verifica e assieme una definitiva presa di coscienza: la canzone doveva contenere uno slancio vitalistico che squarciasse la convenzione, che instillase il sospetto di un diverso ordine percettivo e cognitivo (concetto molto psych) senza però mai rinunciare all'emozione, al divertimento, allospasmo vitale. Come riporta Simon Reynolds nel suo Post-Punk, tra le dichiarazioni dell'epoca attribuite a Cope c'è questa: "Ho una mia teoria secondo cui noi siamo il dubbio in agguato... Che sussurra nelle orecchie della gente". Chiaro, no?
Infine, ci fu l'incontro "cruciale" all'Eric's: fu una sera memorabile, con l'opening act dei Subway Sect che infiammò la fantasia di Julian rammentandogli le possibilità ipnotiche della reiterazione minimale (un po' kraut, un po' Velvet), con le Slits che trovò toste ma "troppo distanti" e forzatamente strane, coi Clash di cui abbiamo già detto. In occasione di serate come questa, all'Eric's si radunava tutta una generazione di futuri fenomeni: c'erano il futuro Dead Or Alive - e oggi formidabile transgender per la gioia dei reality show - Pete Burns, il cantante degli Spitfire Boys - forse la prima e l'unica band punk di Liverpool - Paul Rutheford (poi vocalist e ballerino nei Frankie Goes To Hollywood), il futuro batterista dei Banshees Budgie e - last but not least - il caro Holly Johnson, prossimo membro dei Big In Japan e poi celeberrimo mattatore dei Frankies. In questa composita fauna, sguazzavano pieni di fantomatiche e febbrili intenzioni Pete Wylie ed il di lui amico Ian McCulloch. Cantanti e chitarristi entrambi, il primo si autodefiniva "poeta ruffiano", adorava Velvet Underground, Doors e Jack Kerouack, il secondo si faceva chiamare Duke perché in sostanza voleva diventare il nuovo Bowie.
I tre si conobbero, si annusarono, si parlarono addosso e decisero seduta stante di mettere su una band, i Crucial Three. Il tempo di qualche prova approssimativa - un ipercinetico Wylie alla chitarra, un volenteroso Cope al basso, uno svogliato McCulloch al canto, il piccolo aiuto di Stephen Spence alla batteria - che fruttò un pugno di canzoni abbozzate, quindi tutto evaporò. Non era che un gioco, in fondo. Un crogiolarsi nelle intenzioni. Dei Crucial Three possiamo dire che sono stati uno dei più famosi gruppi mai esistiti. Quasi come i Nova-Mob, band allestita da Wylie, Cope, Budgie e Peter Griffiths detto Griff, cantante e già bassista negli Spitfire Boys: neppure loro realizzarono uno straccio di singolo, però se non altro hanno lasciato ai posteri una T-shirt (la loro prima e unica realizzazione ufficiale) e conobbero il battesimo del palcoscenico con un'esibizione all'Eric's, peraltro disastrosa.
Seguirono altre combinazioni più o meno effimere, come gli Uh? (Cope, McCulloch e Dave Pickett), The Mystery Girls (Wylie, Cope e Pete Burns) e A Shallow Madness (Cope, McCulloch, Paul Simpson e Dave Pickett). Questo "teorizzare musica" era però tutt'altro che un cazzeggio, era il senso stesso della cosa: per quei ragazzi, in pratica la nuova generazione rock di Liverpool, l'assioma "no future" non aveva senso anzi lo aveva ed era deplorevole. Questi abbozzi di band, questi sogni di rock'n'roll, venivano carburati dalla prospettiva, dal desiderio, dalla speranza, diciamo pure dall'illusione del successo. Credevano infatti nel successo come completamento di un discorso espressivo fondato sul comunicare emozione, non distanti in questo dagli atteggiamenti del "new pop" - vedi ancora Reynolds - di Heaven 17 e ABC. Un atteggiamento che si rivelò fruttuoso, vero e proprio brodo primordiale che tra il '78 ed il '79 vide formarsi almeno quattro ottime band: i Big In Japan (con Johnson, Drummond e Budgie tra gli altri), gli splendidi Wah! Heat di Wylie, i celeberrimi Echo And The Bunnymen di McCulloch ed i Teradrop Explodes di Cope.
Questi ultimi nacquero come una sorta di emanazione degli A Shallow Madness, ma ben presto attorno a Julian - che s'incaricò di basso e canto - i volti cambiarono del tutto. Subentrarono David Balfe alle tastiere, il chitarrista Alan Gill (già negli elettronici Dalek I Love You) e Gary Dwyer alla batteria. A far loro da manager si propose Bill Drummond, fondatore della Zoo assieme a Balfe e sempre con quest'ultimo membro dei Big In Japan, band contro la quale lo stesso Cope promosse un burlesca petizione per chiederne lo scioglimento, rimarcando il senso di gioco (di ruolo) che informava tutta la scena.
Licenziati ovviamente dalla Zoo, i singoli dei Teardrop ottennero riscontri considerevoli: il motorik avvampato di Sleeping Gas, con le trombe squillanti, la veemenza assertiva del canto, i bordoni psicotici d'organo, la misteriosa e tragicomica alienazione del testo, in pratica la facevano sembrare la cuginetta ipercromatica di Talking Heads e Pere Ubu via Can; poi l'impetuosa wave-psych di Bouncing Babies, dalle venature acide Syd Barrett e una teatralità cupa che rimanda ai primi Ultravox! (peraltro odiati da Cope); quindi il dinamismo guizzante e sinuoso di Treason, coi sudenti esotismi melodici intruppati tra riff brillanti e serrati orditi Stranglers. Piccoli ordigni sonori che fanno affiorare un caleidoscopio di agganci, dalle garage band "nuggetsiane" come Seeds o Standells ai primi Pink Floyd, dai Kraftwerk ai Funkadelic, dai Television ai 13th Floor Elevator.
Stranezze giocose, "screanzata vitalità", gioia di esprimere e quindi di esistere, liberi da categorie preconfezionate. Un po' come il nome della band, ispirato ad un fumetto Marvel (potete trovare la battuta in Daredevil numero 77 del giugno 1971, pagina 17 per la precisione) ma in realtà slegato da qualsiasi motivo diverso dal voler suonare così, esplosivo e brioso senza negarsi un retrogusto oscuro. Impossibile non sfociare in un album, ed ecco quindi l'accordo con la Mercury ed il folgorante debutto lungo Kilimanjaro (Mercury, 1980, 7.8/10). Originariamente intitolato Everybody Wants To Shag The Teardrop Explodes, si fa forza di una scaletta prodigiosa che annovera oltre ai singoli già citati Second Hand (i Television centrifugati Stranglers), una Books che stempera Doors, Barrett e Seeds (composta ai tempi dei Crucial Three) e la fascinosa Poppies In The Field, pezzo e testo emblematico ("Poppies are in the field, don't ask me what that means") che forse più di ogni altro giustifica l'epiteto di new psychedelia affibbiato ai Teardrop e un po' a tutta la scena del Merseyside.
Si tratta in realtà di una targa poco appropriata. Il taglio psych era solo una delle fonti, come abbiamo visto. Soprattutto, si era ben distanti dall'originale messaggio dei sixties che, con un bel po' d'ingenuità se vogliamo, propugnava la possibilità di squarciare il velo per approdare all'other side. Nel Break On Through dei Doors c'era tutto un vissuto, c'era una missione culturale e generazionale di cui farsi agenti e portavoce. Se Hendrix ammiccava esplicitamente Are You Experienced? e persino i Beatles finirono per giochicchiare con messaggi lisergici neanche troppo subliminali, nei Teardrop la psichedelia era sostanzialmente "unexperienced", le uniche sostanze psicotrope conosciute venivano spillate dentro boccali nei pub.
La loro psych attitude era quindi un prodotto della passione sfrenata per tutto un immaginario (iconografico, musicale, culturale) ricevuto in eredità dalla generazione che erano chiamati a sostituire, quella stessa che poi aveva tradito tutto tra filosofie hippy, rinculi conformisti, droga pesante, velleità rockiste (fu l'istrionico Pete Wylie a coniare il termine "rockismo", intendendo con ciò mettere alla berlina quelli del rock muscolare fine a se stesso, colmo di cliché chitarristici, alla Cream per intendersi) e immaginifiche masturbazioni tra colta e jazz.
Di psichedelico in effetti c'è tutto un contorno di possibilità sonore, è una eventualità sempre presente ai margini o al centro, ma se tornando ai Teardrop prendiamo la travolgente Reward - il singolo del 1981 che seguì il successo di Kilimanjaro - è evidente come l'impianto si basi semmai su una straordinaria verve Motown motorizzata wave, un garrulo e minaccioso delirio che non si risparmia slanci jazz-soul, un bailamme al cui interno hanno piena cittadinanza gorghi di tastiere e raffiche di chitarra queste sì floydiane porco cane. Il bello di questi primi Teardrop è proprio la festosa, lucida, spettacolare, folta anarchia.
Laddove i più autorevoli "rivali" Bunnymen perseguiranno un approccio sempre più solenne, ambientale ed epico - cogliendo con ciò lo spirito dei tempi, desiderosi di recuperare un rock in grado di produrre orizzonti, di restituire prospettiva, ciò che poi riuscira appieno alla "big music" di Waterboys e soprattutto U2 - per Cope e soci (ma soprattutto per Cope) importava mettere in fila le perle di una collana magica, tre minuti di guizzo immaginifico che schiudesse lo scrigno del meraviglioso che ognuno si porta inconsapevolmente nel cuore.
Purtroppo, questo approccio sì visionario ma tutto sommato puro, ben presto si corruppe. Cope era sempre più affascinato da ciò che stavano portando avanti i Fall ed i loro "gemelli" Blue Orchids, questi ultimi sì immersi nella cultura acida fino alla punta dei capelli. Si convinse così ad abbracciare l'esperienza, iniziando ad imbottirsi di acidi fino ai limiti del sostenibile. Fino all'insostenibile. Divenendo insostenibile, soprattutto per i compagni d'avventura. Alan Gill, intenzionato ad impegnarsi a fondo nei suoi Dalek I Love You, preferì mollare i Teardrop, sostituito da un Troy Tate buon chitarrista ma non certo alla sua altezza.
Poco male in fondo perché il secondo album dei Teardrop Wilder (Mercury, 1981, 7.3/10), doveva comunque spostare il sound su territori diversi. Un pop più sfrangiato, soffuso, cangiante e articolato, che vedeva ad esempio Seven Views Of Jerusalem caracollare in un esotismo da Talking Heads sornioni, una Tiny Children alle prese con vaporose sublimazioni wave pseudo-Japan, una The Great Dominions abbozzare palpitante solennità come un Bunnymen posterizzato.
Se il ruolo dei synth e del basso si dleinea più intenso e a fuoco, gli ottoni stanno a quelli di Kilimanjaro come una parata di espedienti (vedi la psych-errebì plastificata di Colours Fly Away), mentre la scrittura rivela una certa fiacchezza, a partire dal singolo Passionate Friend (come uno di quei parti garage-psych floreali minori) o quella Like Leila Kahled Said che ha il merito di farsi carico di un testo "importante" (Leila Kahled è riconosciuta come la prima donna combattente per la causa palestinese) ma s'arriccia su una melodia monotona affossata da esotismi senza sbocco. Le intuizioni brillanti come il chorus di Bent Out Of Shape o quella The Culture Bunker che da sola vale mezzo repertorio degli Ultravox periodo Midge Ure, fanno di Wilder un notevole album di pop "deviante", una sorta di compimento dell'idea che stava alla base del progetto - affabilità contagiata di mistero, l'insidia che innerva la carezza - ma le vette di briosa ispirazione raggiunte dal predecessore rimasero piuttosto lontane.
Se ne accorsero per primi Cope e compagni, questi ultimi ormai consapevoli di recitare un ruolo sempre più di sponda rispetto al sempre più incontrollabile leader. La magnifica avventura degli Explodes finì rapidamente nel 1982, durante le registrazioni per il terzo album. Incisioni (una ipnotica Ouch Monkeys che non sarà spiaciuta ai Radiohead, una Serious Danger che fa i Frankie Goes To Hollywood prima dei Frankies, una Metranil Vavin quanto mai Japan...) che videro la luce nella raccolta Everybody Wants To Shag ... The Teardrop Explodes (Mercury, 1990, 7.4/10) - della serie non si butta via niente, a partire dai titoli - edita da Cope nel 1990, quando oramai era un guru di un altro pianeta. Il suo pianeta personale. E anche il nostro, casomai. Per fortuna.
Scheda: Teardrop Explodes (The)