Bisognerà pur inventarci un’etichetta nostra per descrivere gente come Dan Deacon e David Adamson / Jookabox. Grassi di sound e di stazza, creativi democratici stellestrisce, drum machine e beat box come pane quotidiano, un’attitudine a far muovere le hips a diverse velocità e il classico canovaccio d’overdubbing esuberante ad alto tasso ritmico. Caratteristiche comuni a loro e a molti musicisti off del panorama down under americano; nessuna grande sorpresa per chi ne osserva il sottobosco, neppure salti con i già frullanti Novanta ma sicuramente tante e molte più possibilities. Dan, per esempio, in Bromst ha spinto a tavoletta sull’elettronica e l’estetica rave. Adamson si è rinominato Grandpall Jookabox ed è partito unendo due lembi stilistici di questi anni: il folk delle origini e il lo-fi. Ne ha fatto un DIY di chitarra e ritmi registrati, blues del Delta e Appalachi, tenendosi nel cuore - il suo e di milioni di nerd cresciuti con il sequencer - l'amore per l’hip hop e una mentalità quattro tracce che poi diventa Pro Tools.
Dicendovi di una voglia deep house sottotraccia che li accomuna, le somiglianze finiscono e le stranezze che ti fanno il caso iniziano a farsi notare: Moose è nativo dall’Indiana, lo Stato americano dimenticato da Dio. La recessione è costante e le tensioni razziali nell'aria quanto l’odor della polvere da sparo. E che dire del downtown popolato da soli negozi di liquori? In pratica è l'epitome del White Trash USA altro che gli skater di Van Sant. Tanto più che da adolescente, David trova un modo creativo per godere di quelle strane energie: si butta pesto sui funghi finendo per amare la psichedelia e un modo di comporre per immagini appese al muro, lo stesso che notammo il mese scorso analizzando il piccolo fenomeno Tune-Yards. Per entrambi torniamo a parlare di una fake world music, etnica appresa in TV o sentita in altri dischi, o meglio un’idea di etnica senza legami di terra. Nel caso di David però, la terra in cui abita conta tantissimo, le sue difficoltà e sofferenze vengono sputate fuori attraverso i millenari modi afro-americani. Dal secondo disco in avanti maturano curosi furti: spirituals e canzoni ball & chain, canzoni che lui imbottisce di elio trasformandole da negre in esquimesi (à la Residents) e c'è una grande nuvola di fumo sopra agli arrangiamenti.
Fate conto un Beck in combutta con Michael Moore, un produttore ‘ardkore britannico che rinnega tutto per l’amore di Tricky. Fortuna che a tener salda la baracca, c’è il ritmo tribale. Ti riporta a terra, nella brutta provincia a suon di rime sgangherate dallo humor secco come una pistola e lo straniamento tipico andersoniano è servito. Prendete Girls Ain't Preggers, un talking blues alla Lcd Soundsystem in combutta Jon Spencer fatto da un B-Boy fallito, un singolo must per senzatetto con le rime a mo di lista della spesa e un coretto in tono farsesco Pere Ubu a recitare "fortuna che le ragazze non sono incinte". I modi sono quelli filiati dal mainstream, l'estetica di partenza il white negro. E' il fare disperato di chi non ha niente da perdere e ti fa ridere senza ridere. Sotto, a tenere il tempo, c'è un ritmo battente e un right now a chiudere ogni strofa; ritmo che ci riporta all’altra caratteristica degli USA di questi anni (vedi lo Smell e Foot Village, Health e compagnia bella), un monoloch scompaginante a guastare l’idea folky originaria giocata con le parole Grandpall (il nonnaccio) e jookabox (il jukebox).
Il taglio della ragione sociale viene naturale: per Dead Zone Boys, terzo disco del nostro, a rimanere è soltanto la seconda parola e, già dal titolo gangsta, alcuni cambiamenti sono evidenti. Ben oltre il blues, il lo-fi e il muso duro di Ropechain, il sound pensa in grande e non resiste nemmeno all’altro vento in freschezza black, certo glam-soul cibernetico. Inevitabile il confronto con la confraternita Tv On The Radio / Rain Machine, vero marchio forte quando mescoli wave a negritudine, ennesima testimonianza dell’oggi che David si porta a casa preferendo al taglio freaky-romantichy-proggy del Malone, un Beck anti-folk e anti-cool, amante di dada e fervente predicatore di un culto I-hate-metropoli-che-fa-figo e al diavolo la fottuta Scientology. A fargli da conforto gli ritroviamo in bocca la puzza di whisky di un dropout come David Thomas, uno dei suoi idoli, e lui che non è certo un lunatico o uno snob intellettuale, al rantolo beefartiano, c’attacca un falsetto blasfemo à la Micheal Jackson, un brother dell'indiana naturalmente. Il brano celeberrimo è naturalmente I Will Save Young Michael, tra i soliti talking e svolazzi soul, confida al King Of Pop di tornare agli amori per James Brown e Jackie Wilson.
In pratica, Moose disegna una parabola folk per il nuovo millennio: provinciale e globale, torta millegusti psycoattiva e ballabile senza negasi il piacere della caricatura. Per Dead Zone Boys, parla di una storia d’amore e uno zombie musical psichedelico, un concept sui generis dove compaiono ancora i canti rubati ai bambini del debutto Scientific Cricket mescolati ad alcune visioni del Peter Gabriel di Shock The Monkey. I risvolti sono tragicomici, pure per merito dei due nuovi membri in formazione, gli psych-poppers Everthus the Deadbeats. Se date un occhio alle press foto del neo formato quartetto vi renderete conto con chi avete a che fare: dei perdenti con in mano un microfono e dall'altra un fucile e, in questa terza puntata, un arcigno yes scritto in fronte.
Scheda: Jookabox
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