I Ruins sono - come si dice - una band di culto. E una di quelle senza il cui precedente sarebbe forse venuto a mancare un intero ramo dell'albero genealogico della musica d'oggi. Il ramo che - tra efficacia descrittiva, abuso e svuotamento di senso di un'etichetta - chiamiamo jazzcore. Senza perdersi in ricerche archeologiche che ci porterebbero indietro alla fine degli anni Sessanta (Stooges? Captain Beefheart? Free jazz?), e senza pensare di potere ridurre il fenomeno ai suoi riferimenti di base, comunque, senza i Ruins (sponda prog-based della faccenda), e senza certi fermenti post punk-hc (l'altra sponda, anche dell'oceano) che vanno dai Minutemen alle sperimentazioni della "musica compressa" dei Naked City di John Zorn (con dietro tutta la No Wave che ci può essere), senza tutto questo, il jazzcore non esisterebbe. Chiedere ai nostrani Diego D'Agata (Splatterpink, Testadeporcu), Zu e compagnia (Neo, Squartet). Ma anche ai Lightning Bolt, che pure hanno già avuto modo di precisare che: «Noi "insegniamo" educazione fisica. Loro fisica teorica».
I Ruins dunque. Creatura tiranneggiata dal piccolo gigante Tatsuya Yoshida, giapponese dagli occhialetti rotondi, raccoglitore giramondo di immagini di pietre strane ed esoteriche, batterista dallo stile architettonico, polipesco, grappoloso, uomo di punta della scena radical/impro giappa, compagno di merende, per capirci, di tipi come Keiji Haino e Otomo Yoshihide. Yoshida è stato negli anni, dalla metà degli Ottanta in avanti, un vero sciupabassisti, sempre alla ricerca del feeling perfetto per il suo power-duo e per il suo ideale di progcore geometrico, melmoso, esagerato. Nel 2004 ha mandato tutti a quel paese e ha continuato da solo (Ruins Alone), suonando e cantando (sempre in perfetto stile Zeuhl, tribal dadadelirante) sopra basi pre-registrate, in una dichiarazione di autarchia che è una dichiarazione di autismo, ad un tempo commovente e al limite del ridicolo.
Dopo mille progetti da solista, da leader o da "semplice" batterista (vedi Korekyojinn, Koenji Hyakkei e Acid Mothers Gong, capaci di regalare ai maniaci del prog momenti di vera goduria), e collaborazioni che ne hanno fatto scoprire la figura anche ai non cultori di genere (ha suonato in una delle incarnazioni live dei Painkiller di Zorn, per la serie tutto si tiene), nel 2006 Yoshi ha messo in piedi - un po' a sorpresa - i Sax Ruins, rispolverando quindi l'idea perduta di Ruins-come-gruppo, per rileggere - col sax al posto del solito monumentale basso - un repertorio di fatto già cristallizzato (in senso positivo e negativo).
Le label su cui ritroviamo il marchio Ruins si commentano da sole, e rivelano molto della natura della musica del nostro: Skin Graft, Shimmy Disc (quando questa lanciava negli USA anche i Boredoms di Yamatsuka Eye), Tzadik, Ipecac (che ospita anche il debutto dei Sax Ruins). La musica di Yoshi è, nei suoi momenti di massima ispirazione, una deflagrazione totale di muscolarità e cervelloticità (non cerebralità) che concilia cinetismo e senso del massiccio (con stop&go che sono veri schiaffi sonori) e che riesce ad appagare un po' tutti gli amanti delle musiche estreme: con la sua intricatezza prog (ipertecnicismo, senso della struttura e gusto della giustapposizione, temi contorti, tempi composti), la sua foga hardcore e il suo spesso compiaciuto casinarismo noise (e in tal senso va letta la sua componente jazz, pensando, come suggerisce Zorn, che il free era in fondo una musica "punk"), la sua geometrica solidità (leggi math), la sua capacità, insomma, di sposare deriv(azion)e punk, prog alla Magma e alla Henry Cow e stranezze caricaturali alla Frank Zappa.
Certo, come accade a chi inventa davvero qualcosa, fa spesso capolino lo spettro della fissità, dell'eterna ripetizione di sé (e il pensiero corre ai Primus), rischio questo che Yoshi ha sempre cercato di arginare - pur rimanendo fedele alle proprie ossessioni - variando formazioni e organici (e questo è anche il caso dei Sax Ruins), non sempre riuscendoci però. Altro spettro, anche questo inevitabile, avendo Yoshi a che fare con un'idea di musica difficile (complessa, ossessiva, nodosa; ancora i Primus) e dovendo gestire una tecnica e una espressività comunque debordanti, quello della godibilità di una proposta che spesso non riesce a uscire dallo stile, dal virtuosismo, dall'esercizio, per quanto agonisticamente avvincente.
Scheda: Ruins
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