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Pubblicazione 04 Novembre 2009

Black To Comm

Alphabet drones

I suoni e la magia di Marc Richter, boss della Dekorder, alchimista del laptop, krauto illuminato a suon di drones.
Black To Comm
Renate Nikolaus

Un personaggio del genere non poteva non destare l’attenzione di Julian Cope, che dall’alto della sua regolare rubrica, Head Heritage, si trova ad un certo punto a magnificare il tedesco Marc Richter, ovvero Black To Comm, innalzandolo al rango di drone master dei nostri giorni, di quelli che possono salvare “tutti i drone freaks annoiati da una pletora ininterrotta di dischi tutti simili e con packaging ridotti all’osso”. La scoperta per Cope avviene con il tentacolare e cacofonico WIR KÖNNEN LEIDER NICHT ETWAS MEHR ZU TUN, ovvero “Non possiamo fare queste canzoni in un modo diverso da come le abbiamo fatte”.

Canzoni per modo di dire. Black to Comm è infatti un musicista abbastanza sui generis, di quelli che individui subito in una folla, e per un genere così inflazionato come l’ambient noise dei nostri giorni, la caratteristica è di quelle da porre all’occhiello come un vanto. Richter eccelle nel bozzetto naive, surreale e onirico, condito con una sapiente miscela di kraut rock anni 2000, laptop music, field recordings a tutto spiano. Ingredienti tutto sommato consueti di questi tempi, ma è il modo in cui vengono miscelati, che fa di lui un nome da tenere sott’occhio per i suoni più originali dell’attuale scena sperimentale. Non a caso Richter è anche l’uomo che gestisce la Dekorder etichetta tedesca che sta pubblicando tutto il meglio del settore. La prolificità è degna dell’epoca contemporanea, questo 2009 però merita di essere considerato come l’anno della svolta. Prima una pubblicazione su Digitalis, interessante, ma ancora in regola con lo stile standard, intitolata Charlemagne & Pippin, per poi passare al vero asso nella manica calato su Type records proprio in questi giorni, ovvero il migliore dei suoi lavori, intitolato Alphabet 1968.

Trattasi di un disco quanto meno di svolta, innanzitutto nella durata delle composizioni e nel taglio generale che viene dato al disco: ovvero dieci tracce in 45 minuti, uno standard compresso e regolarizzato se paragonato alle precedenti espressioni del musicista tedesco e comunque all’andazzo generale della scena ambient contemporanea. Alphabet 1968 quindi ragiona maggiormente sul concetto di vignetta, che come sempre è surreale e astratta, ma con un senso della sintesi che giova. Richter ha la mano giusta per dosare tutti gli equilibri necessari. Registrazioni e field recordings impiantate su un panorama algido, ma non severo, di ariette digitali leggere come l’aria e a tratti dense come le nebbie invernali.

copertina pdf #91