Ci si ritorna a distanza di un paio d’anni, con quel giusto distacco che ogni manuale di critica consiglia. Ci si ritorna perché in tempi di parossistiche accelerazioni di mercato, Dell’Impero Delle Tenebre è un disco che cresce ad ogni ascolto, tanto da meritarselo tutto lo status di classico del rock italiano e in italiano. E ci si ritrova su quel playground delittuoso, dopo averne colto le sfumature e contemplato l’insieme, pronti ad accogliere un nuova, cruciale prova, dal titolo capotiano: A Sangue Freddo. Disco che - ci scommettiamo - rappresenterà una piccola svolta. Ci troveremo più Inghilterra in produzione e più compattezza nel suono. Ma ancora non è dato saperne di più e perciò eccoci a mettere legna al vecchio camino. Quel Dell’Impero Delle Tenebre (La Tempesta, 2007) che è l'incipit ideale di questa storia di bordoni e volumi elevatissimi e parole pe(n)santi come macigni legati al collo. E' stato un disco diretto quello, lanciato a mille, con le sue parole a presa rapida, anteprima di una medaglia a due facce: fitti rimandi alla letteratura e alla tradizione del cantautorato colto italiano e, insieme, suono potente, stordente, mirato. Un esordio che ha lavorato sottopelle e a distanza, che si è solidificato nei concerti, innestato nelle menti, pure dei distratti; un album che col tempo si è fatto classico. Che è un classico. E che è anche il risultato della scalata di un gruppo precedente, di un percorso che ha aperto esperienze e disordini. Amplificato suoni e smanettato chitarre.
Ascolti stratificati di musiche cresciute all’ombra delle (ex) torri gemelle, nauseabonde come i budelli stretti del Lower East Side o maleodoranti come i cessi del (fu) CBGB’s. Questo è ciò che ci si aspetta essere il background del Teatro. Non è difficile immaginarseli – Pierpaolo Capovilla (voce e basso), Massimo Sartor (chitarra) e Dario Perissutti (batteria) – cresciuti a pane e punk newyorchese, imberbi adolescenti del nord-est italiano in fissa con Ramones e Television, Patti Smith e Swans a tal punto da rimanere sempre ai margini della vita di paese. Drop-out li definirebbero negli States; drogati li definirebbero le anime fintocandide di ogni paesello italiano, così abili e meschine nel ridurre fenomeni frastagliati o animi sensibili a becera paccottiglia ben identificabile. Quale che sia la reale genesi di One dimensional Man, ci piace immaginarceli reagire a quel falso perbenismo paesano con una volontaria reclusione in una casetta di campagna, magari di quelle silenti e desolate in cui, approfittando della notte, ci si può lasciare andare a distruggere amplificatori e percuotere pelli, tra uno spinello e una birra. Puro punk della provincia. Ci piace anche immaginare che dopo poco più di un anno di inarrestabili prove, da quel casolare immerso nelle nebbiose lande dell’entroterra veneto sia uscito l’omonimo esordio (Wide 1997). Un album che all’epoca si proponeva se non innovativo, per lo meno degno antagonista dei suoni che giungevano dall’altra parte del cielo rumoroso. La registrazione in (quasi) presa diretta contribuiva in maniera decisiva a fare di quel disco qualcosa che ancora oggi sarebbe competitivo: noise-rock brutale, mid-tempo assassini, voce malsanamente newyorchese. Insomma, un debutto di culto. Per pochi, ovviamente, ma anche per sempre. Alla faccia del marcusiano uomo unidimensionale, quel disco offre tante sfaccettature quante sono le note triturate nei suoi 10 pezzi.
L’etichetta noise-rock, vago ed immenso calderone in cui inserire musiche poco definibili e molto diverse, va però subito stretta. Già nell’immediatezza dell’esordio i 3 parlavano di guitar sound, dividevano il palco con deformi mostri blues-punk rumorosissimi e devastati (gli immensi Cows, tanto per fare un nome) e si avvicinavano forse inconsapevolmente ad una forma “tradizionale” di musica. L’entrata in gioco del jolly Giulio “Ragno” Favero (chitarra, ma anche molte produzioni attuali portano il suo segno), avvenuta nella torrida estate del 1998, sposta il baricentro del suono verso altri, infuocati lidi. E quale delle musiche tradizionali migliore di quella del diavolo? Quello triturata dalla nuova formazione è un blues malato, dissonante e a tutto volume che si rifà a quello di gruppi come Birthday Party o Scratch Acid. Di nuovo e ancora: non musica per educande, ma per gente devota al culto del rumore. 1000 Doses Of Love (Wide, 2000) non soffre di “sindromi da secondo disco” e vira verso lidi da loud-rock deturpato secondo la legge non scritta della rielaborazione (ovviamente in chiave noise) della tradizione rock e blues (Jinx e Tupelo, per fare due nomi italiani, giravano intorno alla stessa idea di fondo). I volumi in saturazione sembrano calare, le atmosfere ferine placarsi. Ma è un bluff, anzi una impressione superficiale derivante dal fatto che per la prima volta ODM usano uno studio vero. La musica, insomma, continua a sputare sempre fulmini e saette dopo aver bevuto veleno (come suggerisce Drink The Poison), anche quando si cerca di realizzare un concept sulla “storia di un amore che muore”. La title track è uno stop’n’go tagliente, Tom svisa quasi di funk elettrico, My Ship è uno scivolare di slide continuo in omaggio ai padrini Jesus Lizard, Annalisa! e Louis sono possedute dagli stessi demoni che devastavano il giovane Nick Cave quando si dilettava coi Birthday Party. Insomma, più che una catastrofe amorosa esce fuori una catastrofica rendition blues-core annegata in ironia e sputi punk. Condizione che si ripete, giungendo alla definitiva maturazione, in You Kill Me (Gammapop, 2001). Il trio è ormai rodato da una attività live incessante, borderline e punk al midollo. L’interplay ormai, non è un segreto, funziona a meraviglia e i 14 pezzi dell’album scivolano sul crinale di un noise’n’roll blueseggiante. Capovilla è ormai un frontman carismatico e un cantante maturo, tanto (ehm) semi-lucido su disco quanto ferino e fuoriditesta sul palco. Teatralità è il termine col quale si è tentati di definire la maturità espressiva del trio e che, guarda caso, tornerà in tempi futuri: Saint Roy è uno scioglilingua da ottovolante, I Can’t Find Anymore guarda all’Inghilterra degli XTC, This Man In Me è seduta psicanalitica pubblica, Sad Song uno psicotico boogie’n’roll alla Jon Spencer dei tempi Cryptici, la title track rievoca l’accoppiata Brecht-Weill. Take Me Away (Ghost Records/Midfinger Records, 2004) giunge dopo un paio d’anni ed è a tutt’oggi l’ultima manifestazione conosciuta del trio. La chiusa della parabola. Non necessariamente discendente. Quelle dell’album sono infatti canzoni, a pieno titolo. Melodiche, pop in modalità power- e/o noise-, cacciate fuori dal solito armadio ma rivestite di una sensibilità nuova. Metà esperienza, metà freschezza. Un bel respiro, una bella soffiata e via!, tutto il catrame -core che ha per anni ricoperto le melodie accorate del trio vola via, facendone risaltare in tutto il loro valore la semplicità e la linearità. Manca ancora però un qualcosa per renderle comunicative al massimo. Un piccolo scarto. Quella barriera sempre più sottile che ci divide dal “rock”: la lingua… Piccola postilla alla fase ODM. Prima della messa in pausa del progetto fa la sua comparsa un giovane batterista, Francesco Valente, in luogo del dimissionario Dario Perissutti. Un pischello sbarbato che sarà elemento cardine di ciò che è lì lì per venire. Come un gesù lucertola che si redime ogni volta mutando la propria pelle, è infatti tempo ormai di affrontare l’ultima, decisiva trasformazione.
Per comprendere appieno la “svolta cantautorale” degli ormai ex One Dimensional Man – sebbene sia più corretto parlare di evoluzione che di svolta – bisogna risalire sull’ottovolante temporale che caratterizza questo articolo e ritornare indietro di una decina d’anni. Così parlava in una datata intervista Pierpaolo Capovilla: “Io credo che il r’n’r non sia il regno dell’originalità, ma della tradizione”. Una dichiarazione che ora, col Teatro Degli Orrori autore di un exploit come non se ne vedeva da tempo e sul ciglio del secondo disco, acquista un senso ulteriore. Aiuta cioè a rielaborare l’idea critica su un disco che condensa alla perfezione tradizione musical-letteraria (in una parola, cantautorale) italiana e crudezza di suoni pur sempre riconducibili ad una tradizionale idea di rock che dal blues arriva alle sue più cacofoniche deformazioni. Il cerchio è chiuso, insomma. Nulla si crea nel mondo del rock, ma tutto si trasforma. E se dal punto di vista strumentale questo assioma è facilmente rintracciabile in una mistura potente e letale che abbonda in ricercate citazioni e prestiti dalla tradizione noise-blues-rock, è nelle liriche che la “tradizione” tanto agognata si manifesta. E in Italia, per certe musiche di denuncia o impegnate, la tradizione è quella che cova nel retroterra cantautorale più off e engagé, e che si manifesta sotto forma di una ricerca letteraria profonda. Roba che, però, i quattro applicano ad un suono furibondo e devastante figlio di tradizioni d’oltreoceano, che scuote l’ascoltatore ad ogni parola pronunciata e/o urlata con la consueta teatralità da Pierpaolo Capovilla. Chiamata alle armi (Carrarmatorock), rifiuto della guerra (Compagna Teresa), elogio della memoria (L’Impero Delle Tenebre) che sia, la certezza è una sola. Il Teatro – e il suo paroliere, come definirlo altrimenti? – gestisce ormai alla grande il background letterario che da sempre (Celine e Borroughs citava Capovilla come ispirazioni all’altezza di You Kill Me) ne contraddistingue il portato extra-musicale: dall’Artaud che è fonte di ispirazione per il nome al Truman Capote che segna il comeback con la sua opera più forte e compromettente, passando per il lirismo contro di un De Andrè (troppo sputtanato ultimamente, ma non è questo ovviamente il caso…), sempre punto di riferimento ideale nella galassia delle influenze di Capovilla. Altri nomi tutelari emergono di prepotenza accanto al poeta ligure: Carmelo Bene, innanzitutto, per quella carica anarcoide e sovversiva che il frontman ha ben adattato all’iconografia classica del reietto-rock che un David Yow a caso ben rappresenta. Oppure quel Gaber metà attore, metà cantante (e nell’interezza, grillo parlante per una società apatica e finto-perbenista) nell’avanguardistico teatro-canzone rintracciabile un po’ ovunque nella forma mentis del Teatro. Il muoversi sul terreno della lingua italiana presuppone perciò in seno alla traiettoria ODM/Teatro una maggiore e più diretta comunicatività; o viceversa, la necessità di “impegno civile”, di “resistenza attiva” del nuovo progetto ha bisogno di un qualcosa che limi la distanza con la lingua rock per antonomasia, che superi gli ostacoli che per forza di cose vi si frappongono, plasmando quel messaggio su un terreno loud-rock derivativo ma mai banale. Uno scarto fondamentale, che fa di quel disco, e di conseguenza anche di tutto il progetto, un qualcosa di estremamente politico. La musica come arma di risveglio di massa. Lo stridore del rock come sirena d’allarme sulle coscienze assopite. Le parole come fermacarte sull’oblio della memoria. Ora, a distanza di due anni certamente non inoperosi (live praticamente senza soste, l’inedito Refusenil nel manifesto post-Sanremo accroccato dagli Afterhours, Il Paese È Reale, l’ottimo 10” split coi romani Zu) è in dirittura d’arrivo un nuovo album che ci configuriamo come l’ennesimo passo in avanti – in una delle tante direzioni possibili – che i quattro ci hanno riservato. Magari più apparentemente accessibile, ma non per questo meno criptico e denso. O forse, altrettanto incompromissorio e feroce, ma sempre inserito in quell’humus cantautorale che ne impregnava l’esordio. Abbiamo perciò deciso di fare due chiacchiere con Giulio Ragno Favero, bassista e produttore del quartetto veneto.
Di tutto un po’: 130 date più meno in tutta Italia, scritto brani nuovi, lavorato ad altri progetti (Zu, Super Elastic Bubble Plastic) e lavorato al disco nuovo. Più o meno le stesse cose che fanno tutti i gruppi, con l’aggravante che comunque dobbiamo come tutti pagare le bollette, per cui ci siamo fatti un bel mazzo tra suonare e lavorare…insomma, le cosiddette “solite cose”…
La tua o la nostra? Nel senso sono passati due anni in cui abbiamo fatto il possibile. La promozione del vecchio disco, un bel po’ di concerti, abbiamo scritto il disco nuovo, non credo si riescano a fare troppe cose contemporaneamente. E non vivendo di sola musica, il tempo che rimane è quel che è…e poi francamente a noi, dell’accelerazione discografica, non ce ne frega molto…cioè ci siamo presi il tempo necessario per fare bene le cose, e per quanto mi riguarda, non è nemmeno stato abbastanza.
Dunque abbiamo registrato alle Officine Meccaniche di Milano, nella sala A, che è una delle sale di registrazione più belle d’Italia, che da la possibilità di fare delle riprese in diretta di ottima qualità. Volevamo registrare tutto in analogico, con solo qualche add in digitale, poi le cose però non sono andate così lisce come speravamo, e quindi abbiamo optato per un ibrido: le batterie e il basso sono su nastro e tutto il resto in digitale: i due sistemi sono linkati assieme, permettendo così di mantenere le ritmiche “vive” su nastro, e avere un editing più preciso su voce e chitarre. Per quanto riguarda gli ospiti, abbiamo chiamato i nostri amici di sempre, a fare qualche apparizione qua e là: c’è un pezzo in cui Jacopo degli Zu suona la batteria assieme a Franz, in cui i fratelli Tiso suonano cristallofono e basso, il primo pezzo del disco, Io ti aspetto, vede la collaborazione in fase di scrittura di Paola Segnana, che suona il piano…e poi il resto lo scoprirete solo vivendo. Abbiamo cercato di fare un disco più poliedrico dell’altro, con più soluzioni, dall’elettronica alla classica, al rumore, perché fondamentalmente ci piace fare un po’ come ci pare. Non abbiamo mai avuto vincoli particolari di genere o che altro, quello che suoniamo è quello che vogliamo suonare: per dirtene una, un pezzo che non ci piaceva com’era venuto, l’abbiamo fatto remixare a Bob Rifo, mente e mannaia dei Bloody Beetroots oltre che amico di vecchia data, che ha dato al pezzo una vena quasi dance-electro, mantenendo comunque l’idea di fondo. Il pezzo si allontana moltissimo dall’idea che la gente ha di noi, e questo ci piace perché non crediamo molto nei generi ma nelle persone, il resto è fuffa, o come mi suggeriscono, noia!
Ca**o, praticamente ho risposto sopra, comunque quello che vi dovete aspettare, è un disco nuovo del Teatro Degli Orrori. Di sicuro è meno graffiante dal punto di vista sonoro: ha meno impatto e come dire, ci sono meno pezzi “cattivi”. Questo forse farà storcere il naso ai nostri fan più metallari e incazzosi, ma fondamentalmente io e Paolo siamo un arrivati a un punto di svolta: insomma io di fare dischi noise tout court mi sono rotto; chi vede il teatro solo come una italiana copia di Jesus Lizard o Melvins, si dovrà ricredere perché noi ascoltiamo moltissima altra musica. Io e Pierpaolo di dischi noise che aprono culi e orecchie ne abbiamo fatti almeno 5 per cui, se il tiro cambia un po’, siamo solo che contenti. Con questo non voglio dire che abbiamo fatto un disco pop, ma sicuramente è accessibile a un pubblico più ampio. Poi per carità chi ha voglia di farsi del male alle orecchie venga a vederci dal vivo, di sicuro troverà quello che cerca.
La voce del gruppo è sicuramente sempre lui. Direi che in questo disco le tematiche affrontate si sono ampliate: è un disco molto più diretto e politico del precedente, con nomi e cognomi, e indici puntati verso persone e situazioni che rendono questo mondo uno dei mondi peggiori di sempre, in cui razzismo, ignoranza, disonestà intellettuale e una quantomeno sbalorditiva apatia nei confronti dei soprusi ricevuti e inflitti, regnano sovrane. Si parla di immigrazione, speculazione ecologica ai danni di comunità inermi, di degrado culturale, di uxoricidio. Insomma, come dicono a Milano, “è bello spèsso”. Altra cosa che abbiamo deciso di fare è che oltre a parlare di determinati argomenti, abbiamo deciso di “fare” qualcosa, supportando “A_SUD”, un’associazione indipendente nata per affiancare i movimenti sociali e indigeni del Sud del mondo attraverso la costruzione di ponti di comprensione, reciproco sostegno e solidarietà: metà dei proventi della vendita del singolo di A Sangue Freddo su iTunes, andranno a questa associazione. Non si può rimanere inermi a guardare il mondo che va allo sfascio, senza nemmeno tentare di rendere le cose un po’ più facili a chi soffre sul serio, non perché è stato lasciato dalla ragazza o ha perso il cellulare, o perché non l’hanno accettato al “grande fratello”. Nel disco si parla anche di amore, come mezzo narrativo per raccontare altre storie: alla base della vita di ogni persona o quasi c’è la convivenza diretta con persone che si amano e che sono molto spesso quelle che vengono meno considerate: l’amore non è fatto solo di baci e carezze o liti e divorzi, ma anche di situazioni di stallo in cui, per mille motivi, si convive senza più parlarsi, capirsi e osservarsi, come in un limbo di desolazione.
Per quanto riguarda aneddoti e curiosità non saprei bene cosa raccontarti…non è successo granché se non che abbiamo lavorato incessantemente per più di trenta giorni, almeno 10 ore al giorno, e ancora ce ne sarebbero volute. Ne è uscito un disco diverso dal precedente, più intenso e musicato e sicuramente più profondo e meno derivativo. E poi scusa, ma dove lo trovate un gruppo che mette in musica “il padre nostro”??? Mi sembra una ragione sufficiente, visto che non siamo un gruppo “White rock” e nemmeno il Gen Rosso…
L'aspetto più bello dell'affluenza di massa ai nostri concerti, è l'amore per quello che facciamo. Difficilmente qualcuno se ne va insoddisfatto e anche perché sa esattamente cosa troverà: quattro matti che ci danno a più non posso, al 101%. E questo facendo un gran baccano, non certo finta di essere qualcun’altro o accontentando i rilevatori di decibels. C’è di bello che il pubblico partecipa in prima persona, cantando i pezzi e ballando. Diamo quel “nonsoche” che si è perso negl’ultimi anni, suonando rock, come lo abbiamo visto fare ai nostri eroi, e cioè non sculettando e ammiccando, ma mettendoci anima, ossa, sangue e sudore. La gente lo adora, perché ormai è praticamente subissata da playbacks e falsi artisti. Poi l’italiano conta. Chi ti sta guardando negl’occhi durante il concerto capisce che quello che stai dicendo, lo stai pensando, e non recitando. Paolo parla dritto al cuore e senza fronzoli. La gente apprezza la “veridicità”: si vede che siamo gente comune, che lavora 40 ore a settimana, da anni e che suona per passione, e urgenza emotiva.
L’analogico suona meglio. Fine. Suona retorico e non ho voglia di spiegare perché. Ognuno dovrebbe fare un percorso e uno studio. Certo, il digitale aiuta, è comodo ed economico ma non ha nulla a che vedere con l’espressività e la qualità. A tutt’ora il formato digitale migliore al mondo, ancora non utilizzato in modo “popolare”, è il DSD o SuperAudioCD, superiore in qualità e profondità al cd, non è nemmeno paragonabile col suo fratello analogico, ovvero il nastro stereo da mezzo pollice. Il nastro Suona. Il DSD si sente bene. Al contrario del digitale l’analogico invita all’ascolto, il digitale stanca per mancanza di espressione. Sono solo numeri non onde. E tra le onde e i numeri c’è una bella differenza…
Di certo quella produzione risente dei nostri gusti. Dell’Impero Delle Tenebre suona più come un disco di One Dimensional Man che come un disco del Teatro degli Orrori, per il semplice fatto che da qualcosa bisogna pur partire. Abbiamo messo su disco quello che siamo dal vivo, ruvidi e granitici. L'americanità deriva dalla mia vicinanza a band che cercavano quel tipo di suoni che, per dirla breve, sono anche quelli che di solito escono dagl’amplificatori, se uno usasse un po’ le orecchie. La produzione di A Sangue Freddo è sicuramente più omogenea. La grana americana poi non mi interessa più, preferisco gli inglesi.
E' un'evoluzione possibile, non l’unica, anche perché gli ODM non sono ancora sciolti. Possibile che in futuro avremo un nuovo One Dimensional Man che suona come quello del Teatro. Anche se per il futuro speriamo di fare cose diverse, tipo un disco in inglese. Oppure da camera. Mi piace pensare che quello che facciamo sia quello che siamo e - grazie a dio, o al demonio - non siamo a una dimensione. La specializzazione è una cosa da insetti: un uomo dovrebbe essere in grado di fare qualsiasi cosa, diceva un tizio…
Scheda: Il Teatro degli Orrori