“Pagliacci ubriachi del proletariato del Duemila”. Cinismo e disillusione tipiche del clown fuori scena che si mescolano a una visione della musica proletaria - quanto può essere proletario il punk virato folk –, acuta e nel medesimo istante immediata. Perché essere innovatori partendo da presupposti stilistici riconoscibili e mantenere il tutto nei confini di una musica che crea identità all'istante – in una parola, “popolare” - è ben più complesso che ricercare crossover inediti per farsi passare da sperimentatori. E allora punk sia, ma alla maniera della band pisana: “Il punk è un approccio alla musica senza pregiudizi. Una possibilità in più di sbagliare per aggiustare il tiro. La buona fede dell'errore. Una sana risata fatta fra persone che sanno bene che non sarà per sempre, ma sarà comunque fantastico finché durerà. Punk non è no future. Punk vuol dire budget-rock, costanza, artigianato di classe e creatività allo stato puro. E' sempre stato così, finché i Sex Pistols prima ed i Nirvana poi hanno portato via tutta la poesia”. Coscienza di classe applicata alla musica, almeno a giudicare da una storia discografica lunga un decennio vissuta come un percorso accidentato, tortuoso, ricco di esperienze ma anche di cambiamenti. In grado di partire dalla base per arrivare a una maturazione graduale ma inevitabile.
E' il 1999 quando esce l'esordio del gruppo pisano. About Thieves, Farmers, Tramps And Policemen (Ice For Everyone, 1999) dichiara una parentela stretta con formazioni d'oltreoceano speculari (Violent Femmes) e cede a un'estetica essenziale che mescola punk, folk e attitudini da busker. Oltre a un nomadismo musicale fuori dagli steccati di genere capace di mescolare batterie spazzolate, strumentazione acustica, rockabilly, infatuazioni tex-mex, su testi in inglese, spagnolo e francese. C'è personalità in questa Babele in note e già si coglie quell'approccio da “cittadini del mondo” che caratterizzerà tutta la parabola artistica degli Zen Circus. Come sottolinea anche Appino: “Come tutti i ragazzini che si innamorano del rock volevo scappare dalla provincia, dall'“italietta”. Volevo andare in Europa, mescolarmi a quello che ritenevo fosse mio di diritto: il mondo. Quindi mi sono informato, ho imparato, sono andato a vivere in Olanda, ho viaggiato tanto. In treno e a scuola leggevo libri in inglese. Guardavo i film in lingua originale. Parlavo con i miei colleghi stranieri nelle loro rispettive lingue. Facevo l'amore in altre lingue. Sognavo in altre lingue.” Di contro la fedeltà ai modelli di riferimento è fin troppo evidente e se da un lato non impedisce di godersi un disco comunque riuscito, dall'altro fa storcere il naso a chi cerca maggiore personalità in un opera prima. Nel 2002 Visited By The Ghost Of Blind Willie “Lemon Juice” Namington IV (Ice For Everyone, 2002) ribadisce la statura artistica del gruppo, partendo dalle buone premesse del primo disco e cercando nel contempo di svilupparle. Questa volta ci sono le chitarre elettriche a punteggiare gli scambi, c'è una preminenza di strutture punk-rock'n'roll, c'è il tentavo di acquistare credito e libertà d'azione allargando lo spettro delle influenze. In un disco che suona meno omogeneo rispetto al predecessore, sospeso com'è tra blues ubriachi à la Gun Club e beat accelerato Talking Heads, country slabbrati e ralenti narcotici, e che fa pensare a un momento di transizione in vista di un cambio di registro imminente. E infatti il successivo Doctor Seduction (La Parc Music/Linfa, 2004) mette in pratica ciò che fino ad allora si era solo paventato: la svolta indie-pop. I referenti in questo caso sono i Pixies – almeno in apparenza – ma a cambiare è soprattutto la concezione generale della musica. Le ritmiche rallentano, ci si concentra sulla scrittura lasciando perdere l'irruenza scapestrata degli esordi, cresce l'importanza dei fraseggi e dei contributi strumentali. In Sweet Me compaiono anche gli archi, mentre il mood generale vira verso toni pacati e un'orecchiabilità immediata. E' il disco della maturità. O comunque della svolta stilistica. Molto di quello che si ascolta in queste dieci stazioni finirà anche nei titoli successivi diventando parte integrante del suono della formazione. Anche in quel Vita e opinioni di Nello Scarpellini, gentiluomo (I dischi de l'amico immaginario, 2005) che esce un anno dopo e da cui emerge più che altrove la fusione tra gli Zen Circus del primo periodo e quelli di Doctor Seduction: un'entità in bilico tra punk e pop, garage e folk. Anche se l'impressione è che non tutto giri a dovere, a cominciare da quei primi esperimenti con l'idioma nazionale troppo sbracati (Apriro' un Bar), poco significativi (L'amico immaginario), o legati a una psichedelia al Valium di facciata (Fino a spaccarti due o tre denti). Tutto fa sospettare che per il momento l'italiano sia solo una delle tante possibilità del gruppo (oltre all'inglese e al francese di Les Poches sont vides les gens) e non una scelta consapevole foriera di nuovi traguardi artistici.
Bisogna aspettare tre anni perché il lavoro sui testi dia i frutti sperati. Talmente succosi da convincere i musicisti a puntare proprio su uno dei tre brani in lingua madre del programma, per lanciare Villa Inferno (Unhip, 2008). Il pezzo si chiama Figlio di puttana e nella sua irriverenza rappresenta il nuovo corso di una band che punta evidentemente a un suono in bilico tra punk-rock e canzone d'autore, dileggio e ironia. Una sintesi mediata dall'ottimo lavoro di un Brian Ritchie (Violent Femmes) temporaneamente quarto Zen Circus nonché produttore artistico: “Avere avuto a che fare in studio e dal vivo con le persone che ci hanno influenzato o che stimiamo musicalmente ci rende elettrici, orgogliosi e felici. Collaborare è diventato anche necessario per alimentare il rapporto fra noi tre. E' un po' come far ingelosire la moglie o il marito dopo anni di matrimonio: si ravviva il rapporto. Inoltre se prima eravamo convinti di esserci dati alla musica che facevamo al 100%, ci siamo poi resi conto che non era vero. Potevamo fare di più, molto di più. E sono felicissimo di suonare in uno di quei pochissimi gruppi che, al contrario di quanto avviene con il modello inglese, migliorano disco dopo disco”. Sono della partita anche Giorgio Canali, Kim e Kelly Deal, Jerry Harrison, per un'opera matura sospesa tra il synth-pop di Punk Lullaby e il post-punk di Wild Wild Life (cover dei Talking Heads), il busker-rock di Vana gloria e il punk à la Clash di Beat The Drum, il folk-rock di He Was Robert Zimmerman e la canzone d'autore sdrucita di Vent'anni.
E arriviamo al 2009. Con un titolo come Andate tutti affanculo (Unhip, 2009) - in spazio recensioni - non rimangono molti dubbi sul contenuto dell'ultima fatica del gruppo: “Volevamo scrivere un disco di protesta alla nostra maniera che fosse anche popolare. Tutto è nato dall'urgenza di confezionare una raccolta di brani che potesse essere intesa come una serie di piccole istantanee del nostro Paese visto da anni di furgone”. Un'opera che istituzionalizza l'avvicinamento a certa canzone d'autore anni settanta ruvida e graffiante - pur in chiave punk-folk - e al tempo stesso fortifica il valore del testo in italiano esaltandone la forza critica, le potenzialità semantiche ma anche la musicalità. Coerentemente con lo stile del gruppo, al solito irriverente, senza mezze misure e deciso a non rinunciare a prese di posizione nette nei confronti di un modello sociale per lo meno discutibile. E allora Gente di Merda (“e tutti importanti / e tutti son qualcuno / un miliardo di artisti e in fabbrica nessuno / pensieri prepotenti / morali latitanti / è il genere di bestia che la odian tutti quanti”) e Vecchi senza esperienza (“Sembra che oramai vada di moda quello che / prendevo solo a schiaffi a farlo nel '93 / i pantaloni stretti eran da froci e non da fighi / le Converse da pezzenti / computer da perdenti”), la fine delle illusioni giovanili di Amico mio (“un mutuo su una casa in periferia / una bambina nata tre anni fa / sua moglie si è scopata mezza città / mentre lui va a calcetto con la sua Smart”) e il quadretto familiare allucinante di Canzone di Natale (“Sei un uomo ormai / ma come sei sciupato / non sei neanche pettinato / penso sfido io / da quanto mi son fatto / ho venduto pure / il mio motorino nuovo”), la nuova gioventù trendy di Andate tutti affanculo (“a chi è andato a vivere a Londra / a Berlino, a Parigi, Milano o Bologna / ma le paure non han fissa dimora / le vostre svolte son sogni di gloria”) e la religione di We Just wanna live (“Vivere male, vivere tutti / per nostro Signore dei compromessi / nel Vangelo di Giuda è scritto così / che tu sia maledetto, tu che regnerai”).
Si parla di maturità raggiunta, di incontro con la tradizione musicale più nobile del Belpaese, di personalità ed esperienza acquisite per superare lo scoglio del primo disco scritto completamente in italiano. Una tappa che, a sentire i Nostri, ricopre meno importanza di quel che potrebbe sembrare a prima vista: “Ci sono gruppi che comunicano e altri gruppi che non comunicano niente a prescindere dalla lingua che usano per mettere parole sopra la loro musica. Ho molti amici di valore che partono per queste crociate pro-italiano che fondamentalmente servono solo a difendere un tipo di lazyness (pigrizia) tipicamente italiota”. Discorso ragionevole e dalle implicazioni sociologiche condivisibili, ma che può essere affrontato anche da altri punti di vista. Osservando, ad esempio, come strutture linguistiche profondamente diverse dall'inglese necessitino oggettivamente di un adattamento supplementare della musica, perché si arrivi non ad una semplice traduzione bensì a un'interpretazione di nuovi significati e forme. Del resto ci sarà un motivo se il Teatro degli Orrori stupisce con un Dell'impero delle tenebre praticamente perfetto e cantato in italiano (diversamente da quanto avveniva in passato con One Dimensional Man); se gli stessi Zen Circus trovano identità, una larga diffusione e un plauso di critica soprattutto con gli ultimi due dischi; se una Beatrice Antolini intervistata qualche tempo fa rivelava: “Nutro un forte rispetto verso chi scrive bene brani in italiano, proprio perché ho delle difficoltà in questo senso. Per me le parole sono più assonanze, suoni o magari veri e propri strumenti”. E il motivo è che se da un lato la comunanza di idioma tra pubblico e artista favorisce certo una ricettività maggiore, dall'altro il mettersi in discussione dovendo adattarsi al nuovo modello linguistico porta spesso a generare soluzioni musicali originali e meno in linea con l'ortodossia di genere.
Al di là delle riflessioni estemporanee da critico bacchettone, resta comunque un'opera capace di confermare le aspettative di chi vedeva già gli Zen Circus come un piccolo tesoro nazionale – tra i tanti, anche gli Afterhours della compilation Il paese è reale - o di sorprendere chi nel gruppo non aveva riposto grosse speranze. In attesa di un futuro dalle mire ragionevoli ma già ricco di soddisfazioni: “ Qual'è il destino di una band come la nostra in un Paese come l'Italia? Ah, diccelo tu! Paradossalmente, dopo 10 anni di delirio ed in piena crisi economica e del disco, stiamo vivendo da due anni a questa parte i momenti più belli della nostra carriera (in piccolo sicuramente). Siamo arrivati dove volevamo, ovvero a pagarci l'affitto e il cibo con i concerti. Per il resto vedremo. Ogni giorno che passiamo così è un giorno perfetto. Speriamo solo che duri il più possibile, in modo da poter avere sempre uno sguardo lucido, obliquo ed adeguatamente rabbioso nei confronti delle sanguisughe e dei narcolessici che ammorbano questo meraviglioso paese e la sua gente”.
Scheda: Zen Circus
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