Sì, anche loro vengono dalla pre-millennium tension. Loro chi? Beans, Sayyid e High Priest (più il produttore Earl Blaize): più comunemente detti Antipop Consortium. Un nome, un programma. La leggenda dice che si siano incontrati nel 1997 in un poetry slam a New York. Il nome della crew primigenia è Brooklyn Boom Poetic Collective. Quella sera al Nuyorican Theatre lo spettacolo guidato dal santone Bob Hollman si chiama 'Rap Meets Poetry'. Praticamente una palestra per nerd della parola, come i tre MC dimostrano di essere. Il trio sta lì a parlare di filosofia, a buttare giù testi e rime contro il sistema e a pensare una nuova strada per l'hip-hop: un percorso che svicoli dal gangsta, che abbia delle idee più interessanti del solito 'yo yo' e che scateni - en passant - una rivoluzione.
Il pre-consorzio all'inizio è solo un affare di cassettine, stampate per la label autoprodotta Anti Pop Recordings. Dopo aver fatto circolare nei giri giusti i corpi del reato, i quattro si nominano definitivamente Antipop Consortium e nell'anno di grazia 1999 qualcuno con le orecchie a punta li sente. L'alieno è DJ Vadim che produce insieme a Prime Cuts l'esordio del trio: The Isolationist (sulla sua mitica label di battaglia Jazz Fudge). Siamo nell'anno a specchio, l'anno di attesa, il millennium bug che incombe e quella tensione non risolta professata dal santone Tricky, quel millenarismo che sfocierà in un nulla di fatto, in una delusione che precede questi 'cazzo di anni 00'.
La dissoluzione del manicheismo post-muro-di-Berlino se la portano avanti anche i tre. Si abituano presto al suono UK e si fanno di suoni Ninja Tune. Il loro produttore e mentore è infatti uno degli alfieri di quell'abstract-hop che farà la fortuna della label col ninja volante che lancia vinili come stellette. Un po' eclissati dalla presenza del maestro (che 3 anni prima aveva pubblicato quella bomba/manifesto 'alt-hop' che è USSR Repertoire), un po' imbarazzati dal debutto, i tre b-boyz americani ci regalano un disco di rap ben fatto, uno standard di suoni inglesissimi tagliati con l'accetta dal capoccia Vadim: quei vibrafoni in loop sovrapposti alle voci di Hydrogen Slush, lo slow motion tempo caro a Funky Porcini di Sensory Deprivation e la parlata spastica e compulsiva che è il loro marchio di fabbrica, le atmosfere cupe ereditate dal primo Dr. Dre ma concentrate a bomba sul testo.
Se hip-hop vuol dire strada, nel passaggio da New York a Londra si lascia la sporcizia e si zooma dall'alto sul panorama street. L'estetica del poetry slam viene ripulita e l'incontro con il DJ/produttore incomincia a mettere i paletti all'estetica del combo. Il suono appartiene a Vadim, ma i testi sono nelle menti dei ragazzi che ci raccontano di mondi à la Ballard (Mechanic Robotic), di sogni disturbati da voci sintetiche computerizzate (che in altri ambienti avevano creato il continuum 'ardkore, esperienza e non-movimento sempre e comunque UK, con le voci in elio strafatte), declamazioni che hanno nel sangue le esperienze di Allen Ginsberg (la meditazione di Timeless Void) o effetti speciali che vengono direttamente dal turntable (Masters of the Scratch). Per iniziare, quindi, un disco old school. Un buon biglietto da visita che non esplode ma che si regge solido in piedi.
Il passaparola è velocissimo e il nome del trio inizia a sentirsi nei circoli, nelle stanze della critica più attenta, nelle redazioni e nei club più 'avant'. La tensione si scioglie nel 2000 con l'esordio Tragic Epilogue sulla 75 Ark del mago dello scratch Dan The Automator. E qui si inizia a spaccare. Testi e suoni, tutta l'anima spremuta in due direzioni convergenti: un magma che si mixa a perfezione. La cupezza della visione narrata dalle voci (il sogno in acido di 9.99: Like Manson, like Manson / Something's fucked up here, it's just not right) è duplicata e assistita dalle basi sullo stesso piano delle lyrics. Da qui il parallelo con la Anticon, l'altra sponda che iniziava a staccare mattoni su mattoni dal wall dell'hop (Gun talk run New York / Down here we run lyrics). C'è ancora un po' di influenza di old school Ninja, ma sono le sperimentazioni, le linee melodiche quasi a cappella dei tre che si sovrappongono e stravolgono la classica forma canzone. Song che viene innestata con elementi elettronici, hip-hop mutante per eccellenza, che non lo puoi quasi più chiamare hip-hop se non fosse per la cadenza ereditata dalle gare di poesia newyorkesi (vedi la meditazione in What Am I: Necks twist turn off selective words / Play double effects you triple tapes flex and nerves / Revenge of the nerds / Seen in blurs / Only the sound of words splurred / Now you remember when men get dis-mem-bered). I ragazzi si staccano dalla sottile linea dorata dei medaglioni e delle dentiere gangsta e fanno propria la lezione del Wu Tang Clan: gente che ha da sempre segnato un solco, l'ortodossia più puntigliosa che mai per quanto riguarda le tattiche indie usate nella produzione/marketing delle loro uscite. Ma il consorzio non è un affare di label. I tre sono - già dall'inizio - un'intersezione postmoderna, una cosa che va e viene, un continuo rimando a esperienze altre.
Le collaborazioni si moltiplicano e la crew si vede face to face con il joker dell'hop: Mike Ladd li invita a far parte del progetto alieno The Infesticons su Big Dada. Su Gun Hill Road Beans e Priest si mettono sullo stesso piano del gotha del rap alieno internazionale. La loro Quarterback Theme è l'incontro con l'elettronica sperimentale che li porterà all'evoluzione deviante. Pieni di entusiasmo raccolgono le forze e sempre nello stesso anno (è già il 2001) escono pure con Shopping Carts Crashing (autoproduzione su Antipop Recordings): un disco che inizia a contaminare strumenti ereditati dalla musica classica con lyrics taglienti, il misto che non c'è ancora ma di cui inconsapevolmente il pubblico hop ha bisogno. Anticipa le atmosfere gloomy del grime, The Hand Behind The Piano Of Time Is God innesta vocals dalla lirica con il pendulum di DJ Krush, New York è puro field street sound con laser in acido, Systaltic Quiescenceè glitch ambient in slow motion per i Massive Attack. Nello stesso anno aprono le date dei tour dei Radiohead e fanno pure un giro per il mondo con DJ Shadow. Il live con i due pesi massimi è il preludio al botto. Nel 2002 la Warp li chiama e nasce uno dei dischi culto dell'alt-hop di sempre.
Se con i lavori precedenti avevano buttato idee e spunti, con Arrhythmia raggiungono la maturità. Quel disco è fresco e già classico. A riascoltarlo non risente del passare del tempo: le voci si amalgamano alla perfezione, i ritmi non cadono nella banale ripetizione dell'hop, gli strumenti sono insoliti e non convenzionali. Tanto per dire i ragazzi creano una track con una pallina da ping pong (Ping Pong), con dei suoni a 8 bit à la Sega Megadrive (Mega), con inserti da club (Ekg, Ghost Lawns), vocoder robotici (Tron Man Speaks), archi orchestrali (Conspiracy Of Truth) e altre diavolerie pseudosintetiche.
La parola d'ordine non è tanto sorprendere, come sembrerebbe dall'organico straniante, bensì esplorare e nello stesso tempo coniare un nuovo linguaggio (I only spit pure hot, it's the brolic / so what if it's popular / I got to infect you in order to affect you / and I don't expect you go get it at first... devo infettarti per fare effetto su di te / e non mi aspetto che tu capisca subito) che da lì in poi sarà di base per qualsiasi discorso altro sul beat, magari anche politico (Please Mr. politician don't feed us your empty promises / it's obvious you're oblivious but not impervious / and you still will crumble, stay humble still number one). Arrythmia inaugura una strada che anticipa El-P, Subtle, Doom, il miscuglio dell'hip-hop con il rock e l'elettronica di centinaia di futuri emuli.
Il successo li porta ancora una volta ad interrogarsi sulla funzione della proposta, sull'essenza di quello che stanno traducendo in suono. I tre moschettieri hanno in testa troppi mondi, troppe coordinate. Il loro è l'eterno dilemma estetico del postmoderno (Celebrate every day as new year's / Is lookin' in the mirror to watch my balls drop) che non riesce a descrivere e che seziona all'infinito. L'ossimoro mai risolto della frammentazione e del relativismo (Schemes are not always what they seem / In the maze these days there's many demons
/ To get you soul by any means) che attanaglia negli stessi anni anche i Radiohead. In questo capolavoro si riesce per un istante - lungo poco più di 40 minuti - a riprendere la tradizione e a distruggerla da dentro. I semi che lanciano i Nostri si nutrono di una terra ricca e feconda; ma il successo spiazza il combo e le piante generate hanno una fioritura troppo veloce. L'effimero che scompare nel mare magnum della rete, nel brainstorming dei dischi autoprodotti e del sampling selvaggio.
I tre provano allora a giocare la carta della sperimentazione jazzy con l'aiuto di uno dei maghi del crossover: Matthew Shipp. Per la sua Blue Series si inventano uno split che va ad intaccare anche il mondo impolverato della noblesse black. Antipop Vs. Matthew Shipp è il lascito prima della dissoluzione. Nei suoi solchi digitali c'è la coda lunga della tradizione nera che si affianca alle armonie del pianoforte del maestro e lo brucia come aveva già proposto Jerry Lee Lewis qualche decennio prima. Là era il rock, qui è l'hip-hop sbilenco che tracima e che si sgretola in infiniti rimandi. Lo split con il guru del free è il canto del cigno prima del divorzio: A Knot In Your Bop è l'intaglio della ballad mid-tempo, Monstro City è grime ante litteram che si fa di pianoforte in echi dub, Free Hop la proposta che mescola la blackness più violenta del free con il math-noise che già aleggiava nelle menti dei Battles, Places I've Never Beenla cassa in quattro con gli innesti electro analogici cosmici. Un disco che promette e che mantiene. Uber nu-jazz squadrato hop.
Da qui si decide all'improvviso di separarsi per la classica 'pausa di riflessione': nessun rimpianto, nessun piatto che vola. La notizia del divorzio in casa Antipop spiazza i fan. Ma oggi (che i quattro son di nuovo sul palco insieme) si capisce che non era poi così strano proporre proprio all'apice della carriera un nuovo cambio di rotta. Come sempre, il consorzio sa quello che fa. La scelta è il test per la convivenza in solitaria delle menti. La partenza verso strade personali è presto fatta: Beans se ne sta su Warp, gli altri due approdano con Airborn Audio su Ninja; come a dire il gotha del breaking, sia esso più electro, sia esso più votato al turntablizm.
Beans lo vedi che è l'uomo immagine. Da subito i suoi lavori sono uno sfoggio di tecnica e stile, le copertine sciccose e la furbizia nel riciclarsi one man show ci propongono un personaggio che sa cosa vuol dire produzione. Sia in senso strettamente musicale che di marketing. Lui è sempre lì in copertina, con quel faccione black perfetto, quel fascino classico da divo. I suoi quattro dischi in solitaria (Tomorrow Right Now, Now Soon Someday, Shock City Maverick e Thorns) non approfondiscono le premesse consolidate insieme agli altri due soci, la sua è una mossa di discesa nella piazza pop, il farsi bello per le classifiche e per il palco. Fakeness dentro le vene ma con stile. La presa di posizione di chi ha bazzicato i sobborghi della sperimentazione e si vuole riscattare ma che in fondo non riesce a trovare la via sulla passerella con il tappeto rosso. Lui ci ha provato, ma ha bisogno degli altri. Trasferiti temporaneamente su Ninja, Sayyid e Priest si mettono a smanettare sul giradischi. Tra il 2003 e il 2005 sfornano anodini mix underground e qualche EP. L'album che li riporta agli onori della cronaca (ma non della critica) è Good Fortune. Una cosa cupa, lenta e doom nell'anima che tenta di sperimentare con l'elettronica ma si insabbia nelle paludi dell'ostinato hop. Un disco ordinario, senza infamia e senza lode che è fatto di trucchetti per i novizi, ma che non mostra cuore. Il sangue è stato prosciugato e c'è bisogno di una flebo di vita, di un ritorno ai fasti precedenti. Il ritorno al consorzio/casa madre è dietro l'angolo.
Nel 2007 la voce di una imminente reunion diventa realtà. I quattro (ormai con Blaize novello d'Artagnan con contratto a tempo indeterminato) supportano il tour dei Public Enemy. E con il live ritorna la magia. Abbiamo avuto bisogno di tempo per crescere e maturare come artisti singolarmente. Ora che abbiamo valutato i nostri punti di forza e di debolezza, siamo pronti a ritornare più in forma che mai. La chimica che abbiamo tutti insieme sul palco rende eccezionale la nostra nuova musica; è tempo di ritornare sulle scene.Questa la dichiarazione congiunta dei quattro oggi.
Come già osservato (vedi la recensione di Fluorescent Back sul numero di Settembre) il coming back abbassa il tiro 'alt' e guarda al pop. Lo shift su Big Dada e la lungimiranza di un pezzo grosso del calibro di Roots Manuva sono il contorno giusto per il gran spolvero. Tutto misurato, il nuovo successo annunciato da tempo è solo una manovra commerciale? Per i più scafati è probabilmente la prima cosa che viene in mente, ma per chi scrive non è (per fortuna) l'unica chiave interpretativa.
La storia è infatti nelle vene e i quattro uomini sanno come interpretare il famigerato 'quanto basta' del loro cookbook. C'è quindi la giusta dose di techno (NY To Tokyo, C Thru U), di electroragga spocchioso à la Gorillaz (Born Electric) e ovviamente di hip-hop trasversale (Shine, Reflections) con le proposte sperimentali sul potere alla parola (End Game, Superunfrontable) che sono ormai marchio di fabbrica storicizzato. Più che di barocchismo viene da pensare ad una maturità stabile che si muove. Insomma, se oggi non si può più definire alcunché, né parlare di correnti (soprattutto per il non genere che è oggi l'hip-hop), il consorzio le attraversa con delle surfate decise e senza sbavature. Quello che in una parola possiamo definire classico.
Scheda: Anti-Pop Consortium
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