Drop Out
Pubblicazione 24 Ottobre 2009

With The Beatles remastered [SECONDA PARTE]

Sette strategie di osservazione

Ci siamo fatti molte domande trovando poche risposte. Nel frattempo i Beatles lottano per il loro rientro nel presente. Come al solito free as birds.
Beat the macerie post-war
The Beatles
1965
Beat the macerie post-war

[PRIMA PARTE]

Dark side

Possono i quattro baronetti, i Fab Four dai caschetti innocenti, avere una controparte al nero? Si può concepire gli autori di inni zuccherosi e inoffensivi come Can’t Buy Me Love e She Loves You, fungere da pietra angolare e/o influenza più o meno dichiarata per musiche heavy & hard? O ancora, è possibile immaginare quelli che nella prima metà dei 60s furono protagonisti di scene di isteria collettiva nonché fidanzatini ideali per la gioventù pre-68 impelagati in storie di esoterismo di matrice satanica, omicidi efferati, deliri d’onnipotenza, ecc? La risposta è sì.

Come ogni yin ha il suo yang anche i quattro di Liverpool hanno aspetti a dir poco inquietanti. Saltando a piè pari la famigerata, shockante “butcher cover” censurata di Yesterday And Today (1966), è la fase che prende il via dalla pubblicazione di Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band, soprattutto. Prendete pezzi come Lucy In The Sky With Diamonds e Strawberry Fields Forever, o Revolution 9 e Happiness Is A Warm Gun, con quest’ultima addirittura bandita dalla programmazione BBC per i riferimenti sessuali e alle droghe. C’è poco da fare o da star lì a discutere: musicalmente, ma soprattutto a livello di atmosfere e rimandi testuali, questa è roba che ha ben poco a che spartire coi Beatles prima maniera, usi a solleticare gli aspetti più pruriginosi dell' adolescenza piuttosto che addentrarsi dentro le più recondite spire della psiche umana. Questi sono pezzi, insomma, in cui si palesa il flirt non tanto con la concomitante summer of love quanto coi suoi aspetti più psicotropici, deviati, perversi e malati. Sarà forse un caso che questo lieve scarto avvenga dopo il famoso viaggio in India? No, così come non è un caso che proprio nel primo album successivo all’esperienza presso il Maharishi Mahesh Yogi i riferimenti a qualcosa di socialmente poco accettabile si palesino fin da ciò che è (era) il primo impatto col pubblico: la cover. Sì, avete indovinato. È proprio nella copertina di Sgt. Pepper’s che si trova l’ormai risaputissimo omaggio al padre del satanismo moderno, sir Aleister Crowley. Bello pacioso, lì in mezzo alle persone che ci piacciono – esattamente tra Mae West e il guru indiano Sri Kteswar Giri – l’occultista più famoso e più citato del pianeta fa indubbiamente la sua sporca figura contribuendo, seppur post-mortem, a fomentare le voci sulla svolta esoterica del quartetto. Insomma, quando l’ora del tramonto allunga la sua ombra sulla summer of love, sui caschetti neri dei fab four si vanno addensando ben altre ombre; inquietanti e malefiche, cominciano a svelare al mondo la dark side del quartetto di Liverpool. È però soprattutto grazie a (o a causa di) un pezzo che l’aspetto diabolico, l’altra faccia del bel sorriso inoffensivo e pop-oriented dei quattro prende forma mostruosa e aberrante. Non per colpa loro in verità, o per lo meno non direttamente, quanto di chi interpretò quel messaggio alterandolo in base alle proprie manie  e applicandolo al proprio, devastante e malefico ego: Charles Milles Manson, per gli amici semplicemente Charlie.

È lui, il pazzo psicopatico from Cincinnati, colui che scoperchia il vaso di pandora sui Beatles al negativo, che li marchia definitivamente e li trascina – almeno nell’immaginario collettivo – verso l’inferno e verso il male, esaltandone il lato oscuro quando guida (spiritualmente, ovvio) quell’accolita di pazzi della Family nella villa di Roman Polanski per ucciderne la moglie incinta Sharon Tate e un paio di ospiti. È il 9 agosto del 1969: la summer of love è finita da un pezzo e a quell’altezza anche i Beatles non se la passano proprio bene, tra contrasti intestini e inarrestabili spinte isolazioniste (il matrimonio Lennon-Ono, vera e propria ufficializzazione della frattura è, guarda caso, di qualche mese precedente).

La genesi della Family e la follia del suo indiscusso leader sono state trattate in lungo e in largo negli ultimi 40 anni (cfr. il libro del pm del processo Vincent Bugliosi, Helter Skelter, Mondadori 2006), così come le gesta che insanguinarono quell’estate da fine della verginità, inanellando una serie di omicidi gratuiti quanto efferati. Riti satanici, depravazione sessuale, istinti omicidi, follia generalizzata mascherata per metà da richiami esoterici, per metà da ribellismo anarco-paranoide. Tutto e il contrario di tutto si addensava nella mente di un non più giovane Manson e di rimbalzo, grazie al suo magnetico carisma – chiedere a Dennis Wilson, la pecora nera dei Beach Boys, ma soprattutto al suo conto in banca, per conferme – nelle menti di quei derelitti fuori di testa che formavano la Family. Ad ammassarsi nella mente del leader era però Helter Skelter. Il pezzo consegnato al White Album si trasformava nella mente contorta e sfregiata di Manson in ossessioni da ottovolanti apocalittici e satanici richiami alle armi; i quattro autori, invece, nei cavalieri della sua deviata e personale apocalisse. La guerra, altrettanto personale, che Manson col suo sgangherato eserciti di drop-out borderline e troiette strafatte si apprestava a vivere in quella torrida estate, non poteva che chiamarsi Helter Skelter.

Stop. Fast Forward. Anni ’90. 1993, ad esser precisi. Morte ai porci, scrivevano, esaltati da un altro pezzo del White Album, Piggies, gli invasati della Family su uno specchio di casa Polanski col sangue di una Sharon Tate incinta e ferocemente uccisa; e morte ai porci rimbalza nella litania che gli Starfuckers regalano alla compilation Comin’ Down Fast. Sottotitolo, A gathering of garbage, lies and reflections on Charles Manson. Pausa. Cosa c’entrano i Beatles con una oscura compilation in vinile 10” pubblicata in edizione numerata e limitata da una minuscola etichetta italiana? C’entrano, c’entrano. Per almeno un paio di buoni motivi. Il primo, banale. L’etichetta in questione – all’epoca anche distributore, e tra i più importanti – aveva sede a Roma e prendeva il  nome proprio dal pezzo-ossessione di Manson, Helter Skelter. Secondo, molto più sottile. Quanti gruppi dell’underground più vario, dal punk all’industrial passando per l’avanguardia e il noise (da Skullflower ai Motorpsycho), si sarebbero cimentati nel tributo al limite dell’agiografico di un personaggio come Manson se fosse stato "solo" uno dei tanti santoni assassini provenienti dalla terra di tutti e di nessuno? Se, insomma, non fossero stati i Beatles, e quel pezzo dei Beatles, a innescare la miccia di una latente bomba paranoide? Oppure, rovesciando la prospettiva, quanto fascino avrebbero esercitato nei subdoli e putridi sotterranei della musica underground – da Siouxsie agli Skinny Puppy, per capirsi – i Beatles senza l’influsso negativo del magnetico Manson, la follia iconoclasta (insieme politica e satanica, ma in percentuali variabili) della Family e il sangue fresco e giovane della bianca e ricca Hollywood? Quanto appeal avrebbe avuto il portato, indubbiamente epocale, del quartetto inglese in band distanti anni luce se non fosse esistito quel tramite maleodorante e nauseabondo che fu Manson e la sua Family? Ovvero, i Sonic Youth avrebbero inciso quel delirante capolavoro che è Death Valley ’69 se non fosse successo quello che è successo in quella valle nell’estate del 69? O ancora, Trent Reznor a.k.a. mr. Nine Inch Nails, si sarebbe spinto all’estrema azione di affittare la villa dell’eccidio per trasformarla in studio di registrazione per il suo The Downward Spiral?

Arrivo all\'aeroporto
The Beatles
1964
Arrivo all'aeroporto

Insomma, quello tra i quattro di Liverpool e il pazzo Charlie è un legame indissolubile, per forza di cose bidirezionale, troppo ampio per essere trattato in questa sede ma indubbiamente in grado di fare la fortuna l’uno degli altri. O viceversa. Dopotutto, ci si ritrova sempre tutti a bordo di quell’helter skelter, no? (SP)

Uno contro tutti

Anonimo fan dei Beatles: Soltanto un incompetente puo` negare che i Beatles abbiano fatto la storia del rock.

Piero Scaruffi: Spero che su almeno una cosa siamo tutti d'accordo: meno uno s'intende di musica rock, più è convinto che i Beatles abbiano fatto la storia del rock....

Come erigere la propria attendibilità demolendo il senso comune, il valore dato per assodato e fatto proprio dalla collettività? La chiave per interpretare un personaggio come Piero Scaruffi, che di base è un critico musicale e/o cinematografico e/o d’arte, ma anche storico, matematico, poeta, ingegnere, teorico politico, esperto di viaggi, filosofo, scienziato... e molto altro ancora, sta tutta nell’iconoclastia come modus operandi e cartina al tornasole del proprio successo. Come dire: molti nemici, molto onore. Piero Scaruffi ha costruito tutto il suo successo sulla capacità retorica e argomentativa con cui ha saputo rovesciare miti dell’epoca dei consumi, mettendo in piedi contemporaneamente tutto un altro mondo, ai più sconosciuto, di cui si è fatto il portavoce. Da qui poi anche un modo molto tagliente e categorico di produrre giudizi senza colpo ferire e una retorica abilissima nel testimoniare quello che altrimenti non potrebbe essere: un'opinione diversa da quella di cui si è profeti. E’ l’identikit perfetto di quello che finisce per risultare poco simpatico. Non che ci si voglia allineare alla folla di detrattori, per lo più colleghi di mestiere o fan inviperiti, che lo vedono come un pagliaccio autocostruito sul nulla che non capisce alcunché e spara sentenze un tanto al chilo, ma che il personaggio sia di quelli difficili da gestire lo si comprende subito. Poi per carità… di meriti indiscussi il suo curriculum è pieno, a partire dal suo sito web, primo esempio di comunicazione rock online in Italia, con la maggioranza delle sue schede, prima pubblicate nella sua Storia del Rock in più volumi, disponibili gratuitamente e a portata di click (anche qui i detrattori però sostengono che Scaruffi non sia stato proprio il primo. Forse IAMR c’era già prima. Forse c’era già un primordiale database in un’epoca pre-Amiga 500… ma anche questo fa parte del nostro discorso…). Ed è qui che si innesca il ring. Internet accorcia le distanze, Piero nonostante i suoi innumerevoli viaggi in tutti i posti del mondo è costretto a fare i conti con la folla inferocita del villaggio globale, che con due mail ti viene dentro a casa a sbatterti sul muso la propria disapprovazione per i tuoi giudizi. Il fanatismo degli utenti rock si scontra con il monolitico e irraggiungibile profilo del critico super partes.

Da qui nascono pagine indimenticabili e irripetibili che fanno testo a parte nella nostra micro cosmogonia storiografica di scrittori rock italiani online anni 2000… I botta e risposta tra Piero e i fan indispettiti per le sue schede. In un paio di casi si raggiungono vertici assoluti: David Bowie e i Beatles. Pochi altri artisti nella storia del rock hanno avuto una tale massa adorante. In entrambi i casi lo scaruffismo si abbatte come la mannaia del boia. Cosa aspettarsi da uno che inizia la scheda di Bowie in questo modo: "David Bowie fece del marketing l'essenza della sua arte. Tutti i grandi fenomeni della musica popolare, da Elvis Presley ai Beatles, erano stati innanzitutto fenomeni marketing (come la Coca Cola e i Blue Jeans prima di loro), ma Bowie ne fece un'arte". Con Bowie tutto sommato siamo ancora nell’ambito della discussione tra diverse opinioni. I fan sostengono questo, Piero sostiene quello e lo spiega non senza la classica chiosa di chi si rompe anche le scatole di stare li a spiegare l’ovvio, cioè la verità della propria opinione: "Bowie è un ottimo esempio di come uno finisca per scrivere una scheda molto lunga e dettagliata su un argomento che gli interessa molto poco. Mentre gran parte delle 5.000 schede di questo website non vengono analizzate da quasi nessun lettore, quella di Bowie viene analizzata da centinaia di lettori".

Ed Sullivan Show
The Beatles
1964
Ed Sullivan Show

Con i Beatles però si raggiunge il top. Arrivati a questo punto bisogna per forza di cose fare gli ipertestuali e mettere il link ad una pagina a suo modo mitica: http://www.scaruffi.com/vol1/beatles.html. L’attacco fa subito impressione, con tutta quella serie di 3 e 4 dati ai primi album fino a Revolver. Abituati a sentirci dire che Sgt. Pepper e il White Album sono patrimoni dell’umanità, che andrebbero messi sul Voyager come testimonianza artistica per gli alieni, si rimane basiti da smilzi ed emaciati 7 e 6. Ma le argomentazioni sono ancora più pirotecniche. Si inizia caldi e decisi: "I Beatles appartengono certamente alla storia del costume degli anni '60, ma i loro meriti musicali sono quantomeno dubbi". Si prosegue demolendo il mito, non basandosi sulla capacità tecnica e musicale dei Fab Four, quanto proprio sul contesto social/musicale dell’epoca, tagliando subito le gambe alle pretese rivoluzionare della loro musica, che lui pone automaticamente come reazione normalizzate e pop al rock’n’roll selvaggio degli anni ‘50: "L'arrivo dei Beatles rappresentò il salvagente per la middle-class bianca, terrorizzata all'idea che il rock and roll rappresentasse una vera rivoluzione di costume. I Beatles tranquillizzarono quella vasta fascia di pubblico e conquistarono i cuori di tutti coloro (soprattutto al femminile) che volevano essere ribelli ma senza violare i codici imperanti. [...] I Beatles sostituirono le immagini di quei giovani arrabbiati col pugno chiuso con i loro visi simpatici e le loro dichiarazioni amabili. I Beatles sostituirono le parole d'accusa di quei musicisti militanti con filastrocche corrive". E da un punto di vista strettamente musicale? Un disastro! "Per il resto della loro carriera i Beatles furono quattro musicisti mediocri che cantavano ancora canzoni melodiche di tre minuti (le stesse che si facevano da decenni) in un'era in cui la musica rock tentava di spingersi al di là di quel formato (un formato originariamente dovuto alle limitazioni tecniche del 78 giri). I Beatles furono la quintessenza del "mainstream", assimilando nel formato della canzone melodica le innovazioni che venivano man mano proposte dalla musica rock". Le più grandi colpe o, per meglio dire, le macchie che coprono la capacità artistica dei Beatles per Scaruffi stanno soprattutto nell'aver copiato pedissequamente i Beach Boys e affidato tutto a George Martin, che in veste di produttore è il vero deus ex-machina degli arrangiamenti che fecero il loro successo.

Come pensate che i fan dei Fab Four possano reagire leggendo simili cose? Pensate forse che il ridurre l’importanza dei Beatles al rango di fenomeno di costume possa avere in qualche modo attenuato il colpo al cuore di parole tanto dure? Manco per idea. Le lettere partono e arrivano. Probabilmente Piero è costretto ad inserire una regola in Outlook (ma lui da scienziato dell’ICT forse usa Eudora o Thunderbird…) che letta la voce Beatles nell’oggetto del messaggio indirizza automaticamente nel cestino. Non di meno ci prova a rispondere, e l’ego del personaggio si abbevera ad una fonte che non va mai in siccità. "La benché minima "critica" (ovvero analisi approfondita) ai Beatles viene interpretata dai fans dei Beatles come "odio": lascio agli psicologi spiegare questo fenomeno". Qualcuno prova a sbattergli in faccia decenni di storia popolare: "La storia del rock e` scritta anche da milioni di dischi venduti, concerti esaltanti, mode lanciate", ma la risposta è saccente e implacabile come compete al personaggio: "Chiunque compia una ricerca sociale degli anni '60, deve parlare di Beatles, Monroe, le minigonne, Pelè e (in Italia) Carosello". E’ ovvio, a questo punto, che le due fazioni non si possano mai incontrare a metà strada. Del resto, è indubbio che il taglio delle melodie e la progressione degli accordi era già all’epoca abbondantemente sopra le righe. Come dire che di suonare rock’n’roll ai Beatles importava fino ad un certo punto… ma a conti fatti sono questioni di lana caprina. Il fan dei Beatles ha gioco facile nello sbattere in faccia a Scaruffi il falso storico secondo cui la leggendaria capigliatura a caschetto sia invenzione del produttore Epstein, quando invece sembra che sia merito del gusto estetico della ragazza del primo bassista del gruppo, Stu Sutcliffe… Come ci si rende conto dopo un po’… il confine tra critica ragionata e questione di principio diventa un nebulosa linea di confine, ma va bene così. Il mondo non è bello perché è vario, ma perché c’è gente che si accapiglia per il taglio di capelli di Ringo Starr. (AC)

Communication breakdown

Facce pulite e rassicuranti, sia che facciano canzonette rock, sia che tornino dall’India con un souvenir psichedelico ad uso e consumo delle giovani generazioni (ma niente a che vedere con quanto pre-scriveva in quegli anni Raoul Vaneigem nel suo Trattato di saper vivere). Ma non è solo qui che ci porta l’argomentazione scaruffiana. L’impressione, per chiudere questo elenco di porte che abbiamo cercato di aprire, è che probabilmente attorno ai Beatles si sia creata l’espressione massima del riduzionismo in musica.

Butcher\'s attitude
The Beatles
1965
Butcher's attitude

Spieghiamoci meglio. I Beatles hanno fatto sicuramente della musica un mestiere, e hanno trovato l’apparato giusto dove inserirlo. L’ipotesi è che non si tratti fino in fondo di questioni di intenzioni autoriali. E che alla fine il tutto si risolva in un pro e contro ingigantito. Certo l’opzione di Scaruffi ci è utile, oltre che come lettura di un fenomeno – propagato ormai da più di un decennio tramite flame e contro-flame dei forum musicali della rete – come lettura di un pubblico. E da qui vogliamo ripartire per mettere dei puntini di sospensione finali…

Erano gli anni Cinquanta quando Roland Barthes parlava di Miti d’oggi, esponendo alcuni casi celebri di nuove icone culturali - si direbbe oggi - create tramite una sottile (perché meno evidentemente oppressiva) forma di ideologia dominante: il consumismo occidentale. Il suo lavoro era di decostruzione, di demistificazione, di guerriglia semiologica. Va da sé che un’operazione simile si potrebbe provare coi Beatles, specie nel momento in cui 09/09/09 esce con un tempismo eccezionale per stabilire il primato di vendite anche nei Duemila (battendo così presumibilmente Eminem, che al momento attuale si attesta sui 32 milioni di dischi venduti, quattro in più di Macca e soci). Il mito – fatto di caratteristiche iconiche e in qualche modo inarrivabili, se non sfuggenti – è pieno e sfaccettato insieme; è solido ma al suo interno ha piccole storie, che hanno la funzione di rinnovarne la presenza sulle bocche di tutti; esemplare il caso della bufala (vera o falsa, poco importa) creatasi attorno alla presunta esistenza di un sosia di Mc Cartney, che si sarebbe insediato dopo la morte del vero Paul, dal quale può essere distinto solo per la cartilagine dell’orecchio e per l’ampiezza dell’arcata dentale.

Per costruire un mito è necessario lavorare moltissimo su tutto l’impianto che può e deve promuoverne l’aura. Abbiamo parlato non a caso del rapporto tra cinema e Fab Four. È un capitolo che in un discorso come questo ci interessa quasi quanto l’analisi di un’uscita discografica. Sì, perché i Beatles sono stati anzitutto espressione di una capacità mediatica. Sembra l’ennesima banalità detta a proposito della musica pop, ma, forse, bisogna terminare l’analisi – anzi, la scomposizione della questione Beatles in tanti rami di discussione – provando a sfogliare i livelli di quello che su di loro è stato detto di più ovvio. Non è certo una novità che una band abbia un apparato promozionale studiato sinergicamente attorno a tutte le possibilità offerte dai mezzi di comunicazione di massa. Eppure, ciò che forse non ebbe pari fu la disinvoltura e la leggerezza con cui i quattro – ancora una volta, Paul in primis, e Magical Mystery Tour ne è testimonianza – affrontarono le possibilità che ebbero di fronte; il modo in cui si buttarono a pesce sui mondi che quei tempi vedevano nascere (ancora la psichedelia, come esempio magistrale). Un esercizio di essenza naive che non è così distante dall’impegno assunto da Lennon con la fluxiana Yoko.

La tesi neanche troppo originale che vorremmo proporre è che il riduzionismo nero/bianco pro/contro è funzione dell’ideologia del mito. E quello che ci ha interessato è dare elementi per complessificare la relazione. E su questo: se vi diciamo cultura giovanile? Espressione che, fra l’altro, fece la sua comparsa ad opera di nugolo di avanguardisti rivoluzionari sempre provenienti dagli anni Cinquanta, i lettristi di Isidore Isou, che inventarono di fatto i "giovani" come "classe" sociale, prima assente da discorsi politici e di conseguenza anche di pubblico, da allora in poi centrale per ogni progetto sovversivo. Fatto, questo, non così astruso dal contesto musicale e dallo show-biz inglese; vi ricordate un certo Malcolm McLaren? Colui che partì dai Pistols per arrivare a coniare la musica per pre-adolescenti, come nuovo pubblico a cui dare la caccia? Proprio Malcolm non ha mai fatto mistero delle proprie letture lettriste e situazioniste, quasi sbeffeggiandosene; altro grande banalizzatore di un potenziale di ribellione sociale.

A prima vista non sembrerebbero esserci dubbi riguardo all’impatto dei Beatles sulla cultura giovanile. Ma si potrebbe altrettanto dire che eppure oggi non sono solo i giovani il pubblico dei Beatles. O almeno che quei giovani ormai sono cresciuti. E che, se anche i Beatles hanno reso innocuo il riot adolescenziale, la loro caratteristica di oggi – il loro apporto alla questione della ricezione musicale nei nostri anni - è la trasversalità trans-generazionale. Altra banalità apparente. Il suono dei Beatles nei CD 2.0 (o 3.0) può forse essere un piano di traduzione tra gli ascoltatori dei Beatles di allora e, da una parte, i giovani del mainstream odierno (abituati ormai a un’idea di hi-fi che è tecnologico e ha come primo obiettivo la separazione dei suoni, più che l’impasto complessivo), dall’altra, gli ex-giovani che ora si godono le possibilità della tecnica e riscoprono il loro amore originario con le orecchie di oggi.

Help!
The Beatles
1965
Help!

La conclusione potrebbe essere che i Beatles hanno inventato la trans-generazionalità. È però anche questo un atteggiamento partorito dal riduzionismo. Nessuno ha inventato niente. Una cosa su cui chi ha promosso promuove e promuoverà i Fab sa riflettere è il vecchio dubbio amletico sulle comunicazioni di massa: funzionano da uno a uno o da uno a molti? I Beatles puntano sulle masse, ma ognuno, direttamente e in un rapporto uno a uno, si sente offeso da Scaruffi. Cosa interessante e permessa dal personalismo del web, in qualche misura. Il critico ha capito che se ha davanti un organo fatto di milioni di corpi, ognuno di questi corpi, preso singolarmente, rivela i propri dubbi.

Vogliamo concludere mettendo l’ultimo pezzo di carne sul fuoco. L’enorme dispositivo strategico che attorno alle canzoni beatlesiane ha costruito una vera e propria cultura ha anzitutto puntato sulle necessità di "movimento". Questo è il punto con cui vorremmo chiudere. Il fatto che quella cultura ha bisogno di un continuo aggiustamento. E si muove lentamente come la società. Che in realtà non cambia così in fretta… (GC)

Scheda: The Beatles

copertina pdf #91