Drop Out
Pubblicazione 23 Ottobre 2009

With The Beatles remastered

Sette strategie d'osservazione

Ci siamo fatti molte domande trovando poche risposte. Nel frattempo i Beatles lottano per il loro rientro nel presente. Come al solito free as birds.
Beat the macerie post-war
The Beatles
1965
Beat the macerie post-war

Lo scorso 9 settembre 2009, complice il solito diabolico gioco di numeri che da sempre accompagna la cabala beatlesiana, la EMI ha licenziato il catalogo dei Fab Four in una nuova e già collaudatissima versione, il remaster. La gran parte di voi magari s’accontenterà dei compact disc acquistati nel lontano 1987, ma quegli stessi album, comprensivi dei Past Masters (contenenti tutti gli editi inediti agli album ufficiali), sono nuovamente disponibili in formati si spera definitivi. A dir il vero, ci potrebbe stare una versione blue ray tra un lustro o due, eppure quel che abbiamo sugli scaffali dei negozi di dischi (o meglio dei supermercati) è un doppio formato: Stereo e Boxset, quest'ultimo anche nella versione The Beatles In Mono, per sentirli come allora. Inoltre, per chi non fosse già soddisfatto del librone uscito qualche Natale fa, i booklet sono stati tutti addizionati di foto anche inedite e, librettini a parte, come già ampiamente sbandierato, la pulizia del suono, per opera di Allan Rouse e Guy Massey, ha richiesto un lavoro minuzioso durato quattro anni. Tanto tempo si giustifica e no per gli esperti del settore, soltanto cinque i minuti che hanno necessitato di cure particolari, ma il vero salto di qualità è legato alla dinamica.

Pure i Beatles, travasati su CD agli albori del supporto digitale, erano stati vittime delle tipiche piattezze del suono "eterno" ma, per l'appunto non c’è alcun miracolo rispetto a chi disponeva di un buono stereo e dei vinili ben conservati. Piuttosto che fare gli Indiana Jones, eroe peraltro un po’ imbolsito, ci troviamo perciò a parlare dei Beatles per motivi tangenti e fendenti, sempre sul bordo o anche al di fuori del detto e stradetto verbo sonoro del Fab Four. Del resto con loro è sempre stato così. Un periodo ad ascoltarli (da giovani) e tutta la vita a discuterli, a difenderli alla morte o a condannarli alle pene dell’inferno.

Una cosa è sicura: chi li ha voluti conoscere sa tantissimo, anzi tutto. Raccontargli qualcosa di nuovo è impresa forse più noiosa della telecronaca dell’allunaggio. Più intelligente – dacché intelligenza è relazione e adattamento – concentrarci sulle relazioni tra i contenitori, quello musicale e sociale anche se fa un po’ vecchi social studies, o quello puramente prospettico, economico critico (con tutte le divagazioni che gli conseguono e competono ovviamente). Crediamo sia il modo migliore senza dubbio, perché i Beatles sono sempre stati un portale; e nell’acqua in verticale dello Stargate ci siamo sempre specchiati, amandoci e odiandoci, ritrovandoci i nostri tempi d’oro e quelli dei nostri genitori, la via spontanea e quella dell’intelletto, rimettendo continuamente in discussione i valori da associare alla prima e alla seconda. E così via, di giustapposizioni, di rimandi, in sistemi sempre più grossi, massimi.

Carnival of Capitals

Il Capitale di Marx? Facciamo il dio denaro. Lui, Belzebù, ci interessa per primo. Dall’ovvio si parte, perché l’ovvio proprio ovvio non è quando si parla dell’altrimenti del denaro. Money che i Beatles in vita hanno sempre macinato come vacche obese e cash che i Beatles del dopo, e dei Beatles in quanto prodotto tra i prodotti, hanno finito per far fare a chi, darwinianamente, li ha comparati. Ed eccoci anche noi a parlare di Michael Jackson finalmente, personaggio abusatore e abusato, zombie per scherzo e poi per davvero. Era il 1985, l’allora negretto cerbiatto compra all’asta il catalogo più danaroso del pianeta e - grazie ai consueti giostrai senza scrupoli - lo spremerà negli anni successivi come il più scafato degli investitori. Quei 200 brani, assieme ad altri di altri più o meno grandi, girarono tante volte il pomello dell’interesse di capitale. E così il loro valore aumentò ancora: più i Beatles si dileguavano nella virtualità della borsa, dei passaggi di mano anch’essi virtuali, e più erano qualcosa di ben più liquido della loro materializzazione in spot di pannoloni per Procter & Gamble o jingle radiofonici. Muovevano mercati muti ma sonanti. Di reale, c’erano gli allora milioni di fan e gli oggi milioni di milioni di fan. Gente che sarebbe stata dalla parte di Paul se solo i media avessero avuto interesse a sparare su Michael facendogli perdere un Fort Knox di lingotti. Niente da fare, la mungitura dei diritti non ha mai fatto troppa notizia. Far soldi non fa certo scandalo, sopratuttto se non ci metti il sesso accanto e non badi neanche a quella dichiarazione di comodo rilasciata, lo scorso giugno, firmata dal suo ex dipendente (ora sotto Sony). Per tanti anni, anzi che dico, per sempre dopo il fattaccio, il vissero felici e contenti a base di Say Say Say (prodotta da George Martin per il mediocre Pipes of Peace) e la disneyiana The Girl Is Mine, ovvero le due collaborazioni tra i più ricchi e famosi cantanti pop del pianeta, era rotto per sempre. Macca e Michael avevano chiuso e l’ironia fa parte naturalmente della storia. Fu il baronetto medesimo a raccontare al giovane guantato quanto fosse diabolicamente esaltante il montante delle royalties. “Vedi caro, queste sono le canzoni di cui io detengo i diritti. Ogni volta che qualcuno le usa, vengo pagato. Ogni volta che passano alla radio o dal vivo, vengo pagato”. Jacko lo deve aver guardato con quegli occhi da cerbiatto che faceva nei video di Off The Wall; ed era il periodo delle session di Say Say Say, Macca lo stava ospitando a casa sua e di Linda. I tre cenavano sempre assieme, erano diventati amici... Bastano tre anni e Bang!

Squalo Michael, più grande dei Beatles, più famoso di Lennon e di Dio messi assieme, se li mangia, i Four. Precisamente si mangia il catalogo Northern Songs, dell’omonima società per azioni, che prima dimenticavamo di chiamare per nome. A dir il vero, McCartney non era stato chiaro. S’era scordato di aggiungere che per una super cazzata che fece tanto tempo prima, proprio lui, assieme a Lennon (che ne fece altre di concomitanti), avevano perso la quota azionaria nella società. L’avevano venduta altroché, e per svincolarsi da un accordo allora inaccettabile ai massimi livelli. Prevedeva che i due avrebbero dovuto scrivere canzoni fino al 1973, dando ovviamente piena libertà alla società di disporne. Ridicolo, ma ancor più dal momento che, salvo tenersi una quota di rendita (royalties), Paul vendette con la consapevolezza di dover accettare quel perfido gioco: avrebbe dovuto, da lì in poi, pagare i diritti ogni qualvolta avesse suonato canzoni dei Beatles. Quelle che in un paio d'album live con i suoi Wings intestò P. McCartney – J. Lennon, a nomi invertiti, perché, con grossa indignazione della vedova Yoko, ci teneva che quel che era di Cesare spettasse a Cesare o meglio al King del pop. Ma il Re degli Ottanta era un altro: Michael. Il suo Thriller aveva venduto un botto e venderà 30 milioni di copie soltanto in America battendo nel globo tutto e tutti, persino Sgt. Pepper's. Aspetto clou della faccenda: il mix di soul, disco e r’n’b, complice il nuovo George Martin della situazione, Quincy Jones, era destinato a influenzare le future star più di quanto lo avesse fatto il pop dei Beatles. Almeno in America era già così e per il futuro chissà… Sicuramente tra i balletti dei concorsi canori televisivi e non, da Britney Spears all’ex amichetto Justine, e il gotha hip hop più allargato, il lascito del decolorato è notevole. Eppure, quel catalogo e quelle canzoni, quando Michael finì di torchiarli, valevano il doppio (o quasi) di quando lo aveva soffiato al beatle. Per la cronaca il re del moonwalk fu poi costretto a cedere metà della sua quota azionaria con la fusione Sony / ATV. Il motivo erano i perenni debiti che lo affliggeranno fino al crepacuore. Eppure, quella quota strategica se la tenne stretta, fino alla morte. Anzi, soltanto l’averla promessa in vendita a qualcuno (la Sony), e avrebbe goduto di tassi agevolati. E fu proprio così che andarono le cose. Era il 2006. Quest’anno, nel luglio 2009, smentite le romantiche voci che volevano un Jacko mortificato e pieno di sensi di colpa lasciare in eredità a zio Paul la quota Northern, è tempo di una nuova operazione commerciale. Questa volta però decisiva. In palio, la supremazia di quel che rimane della gloria (economica) del pop. Se ne è fatta carico la EMI, perché il mercato dei supporti musicali, vacca non più grassissima, stagionata a dovere rende ancora. E allora via con i numeri, perché i Beatles sono da sempre la album-band più venduta al mondo e non vogliono perdere il guinness. Facciamo due conti: il pacchetto remaster sta vendendo più di 2 milioni di copie in rapida crescita nelle nazioni che possono fare numero. Nella sola Inghilterra, in undici giorni, sono state smerciate 354,000 copie che gli esperti fanno salire a 6,755,000 considerando il totale delle vendite di album dal 2000 (considerando anche vinili, Love, Let It Be Naked e prime versioni cd). Negli USA va ancora meglio: Billboard parla di un milione di remaster venduti in cinque giorni. E dovete sapere che, sia per Beatles che per Jacko, gli statistici considerano uno zoccolo duro di fan che compra tutte le versioni presenti sul mercato. Operazioni come queste fanno strabuzzare gli occhi agli investitori e poi ci sono i calcoli combinatori: il nuovo record, l’ennesimo del Fab Four, sarebbe quello del numero maggiore di album presenti contemporaneamente nelle charts del Regno Unito. A metà settembre, gli scarafaggi totalizzano quattro album nella top 10, sette nella top 40 e 16 nella top 75. Negli USA di Beyoncé, Jay-Z, Mariah Carey, Shakira e compagnia nuove indie soul, ancora meglio, con cinque dischi in top 10 e nove in top 20, mentre il Giappone talloneggia con quattordici titoli, più i due box set, in top 25, per un totale di 840,000 album venduti in pochissimi giorni.

Arrivo all\'aeroporto
The Beatles
1964
Arrivo all'aeroporto

Gli osservatori, proprio vedendo tali successi, e dopo aver guardato con interesse la crescita del mercato (di nicchia) dei vinili, ci raccontano che i consumatori sono ancora interessati al supporto fisico, a patto che sia ben fatto, ricco di gadget e, ancor meglio, se è collezionabile. Ricordiamo che proprio il nove settembre scorso tutto il masterizzato circolava in rete per i consueti blog del pianeta, senza fermare le vendite. E poi c’è il videogioco. I Beatles, virtuali, lo sono sempre stati, ma sicuramente vettoriali no, e se avevano bisogno del game, il mercato che attualmente smuovono le Playstation e gli Xbox è più grande di quello musicale. In pratica, sposta i capitali che il music-business spostava negli Ottanta. I Beatles sfornano The Beatles: Rockband. E il Capitale economico Fab Four ha un nuovo mercato. La logica del denaro è un po’ quella del pop, si insedia, allaga, spazza via. All’epoca di Thriller, i Capitali musicali si erano massicciamente allargati al video con i clips. Cortometraggi particolari che proprio i Beatles avevano sperimentato per primi. Il risultato fu virtuoso, meglio, fece fare un nuovo giro attorno al pomello del muzik biz, che s’ingrossò come una balena. Gli occhi di Bowie in quegli anni sono il miglior esempio di come la lampadina catodica aveva acceso letteralmente un mondo nuovo, ma è ancora Jacko, e la sua VHS sul making di Thriller, il barometro dei bigliettoni verdi. Da solo era riuscito a riportare l’introito del mercato musicale ai fasti del 1978, anno della disco music per eccellenza. Ora, i remaster dei Beatles arrivano in una grande secca: il mercato, nei soli anni zero, segna un 25/30% negativo, mentre un nuovo messia del Pop, non solo non arriva, ma può darsi pure che parli un'altra lingua. Di nuovo, inoltre, c’è l’assimilazione culturale del videoclip come parte della stessa moneta, e un modello di musicista che ha prepotentemente assorbito la performance più che l’autorialità, l’interpretazione più che l’espressione.

Jacko – assieme alla coetanea Madonna – ha sostituito il portale ed è questo il modello con il quale le nuove generazioni fanno i conti. Una relazione che se ne porta dietro un’altra: se McCartney non è altri che l’avv. Agnelli del Pop, allora Jacko ne è stato il Murdoch o, se preferite, il Berlusconi. Da un punto di vista prettamente imprenditoriale, il primo ha rappresentato, e rappresenta, la vecchia scuola, fatta di un misto di ego, intelligenza e artigianato (quella che "certe cose che non hanno stile non si fanno"); il secondo, la controparte più liquida e mutaforme, l’intuito e la velocità senza più nessuna remora. La spremuta Northern Song. La gara che portò Michael a vincere per colpa di Yoko (che negò l’appoggio finanziario a Paul) potrebbe avere così un altro scenario. Non è chiaro fino in fondo quel che successe quel giorno e preferisco credere all’ingenuità di Macca e Yoko, al loro disegno secondo il quale Jacko li avrebbe fatti vincere, proprio per una questione di stile. Una tipica mossa cavalleresca da signori ricchi di una volta. C'era un precedente: i Beatles avevano fondato la Apple (anche un brand preso da un quadro di Magritte), oltre che per sfuggire alle tasse, investire e controllare direttamente i propri guadagni, anche perché erano seriamente animati da quel mecenatismo ingenuo che li portò, nel 1967, a dichiarare di "averne fatti abbastanza di soldi", e se questa era una contraddizione, dati gli ambiti in cui la società era invischiata, voler aiutare altri artisti era una missione concreta. Chiaro, il magna magna all’italiana che si scatenò nei successivi due anni portò l’azienda a diventare sempre di più tale e non ci stupisce ritrovarcela a litigare con Steve Jobs, proprietario di un'altra mela, l’Apple – iPhones e iPod – Computers per i diritti sul nome e, ancora, le canzoni dei Beatles, questa volta su iTunes. D’accordo, anche Mr. Mookwalk aiutò, senza ironie, milioni di bambini con beneficenze e presenza stile principesco Lady Diana, ma, appunto, l’ingombro di voler aiutare altri artisti, l’espressione e l’arte non era contemplato, così come il gesto cavalleresco mancato sopra. Michael morirà d’infarto. Macca, forse, nel 2018, complice una Copyright Act, tornerà in possesso degli amati diritti, sempre se non ce la faccia prima la Ono, dato che con la morte dell’autore i diritti si giocano diversamente nel tempo. Long live the King. E ricordate che per lui, vecchia scuola, 1 dollaro per 1 download dei Beatles è ridicolo. E c’è già qualcuno che sta dicendo alla Apple che ogni giorno senza iTunes e sono miliardi che volano. In fin dei conti, la mossa dei remaster è nostalgica anche soltanto per un motivo Capitalistico, con iTunes o in proprio i Beatles approderanno ufficialmente anche in mp3. E un nuovo mercato sarà pronto a sverginarsi per loro. Io nel frattempo metto all’asta su EBay quelle plasticacce che comprai nell’Ottantasette. (EB)

Ed Sullivan Show
The Beatles
1964
Ed Sullivan Show

La neve, la bestia e l'antimateria

L'11 febbraio del 1964 non fu un giovedì come gli altri. Due giorni dopo l'esibizione all'Ed Sullivan Show che incollò allo schermo 73 milioni di telespettatori, i Beatles raggiunsero Washington. Quella sera stessa al Coliseum avrebbero sostenuto la prima tappa del tour nella terra dello Zio Sam, ponendo basi concrete a quella conquista vissuta fino ad allora sulla scorta di una potente infatuazione mediatica. La prima picconata vera che avrebbe aperto la breccia. L'invasione stava per avere inizio.
Ad attenderli, oltre ad un plotone di giornalisti, c'era una fitta nevicata. Un giornalista non si fece sfuggire l'occasione per apparire particolarmente arguto e domandò: "Oggi voi e la neve siete arrivati a Washington insieme. Quale delle due cose pensate che avrà l'effetto maggiore?" John Lennon rispose sciorinando il più tipico understatement del suo repertorio: "Probabilmente la neve durerà di più".

Lo sketch fu estemporaneo e si risolse con qualche risatina a denti stretti. Ma battute del genere punteggiavano con regolarità le interviste dei quattro. Quei ragazzi poco più che ventenni, già balzati in vetta alle classifiche inglesi e in procinto di conquistare il mondo (più o meno), coi loro "mop-top" e le urla incessanti degli eserciti di fan, all'epoca non perdevano occasione per ribadire la propria consapevolezza anzi la ferrea convinzione che nel giro di un paio d'anni tutto sarebbe finito. Evaporato. E forse dimenticato. Si muovevano con la garrula impertinenza di chi vuole godersela finché dura. E non facevano nulla per nasconderlo.

Due anni e qualche mese più tardi, i Beatles cambiarono per sempre la storia del pop. Uscito nell'agosto del 1966, Revolver è il disco che porta a compimento le avvisaglie di espansione già palpabili in Rubber Soul (dicembre 1965) e persino - anche se molto più embrionali - in Help! (dell'agosto 1965). I primi cinque secondi della traccia di apertura bastarono ad infrangere l'illusione/tabù della musica registrata, rivelando il chiacchiericcio dei musicisti prima che attaccassero Taxman. Oggi non ci fai neanche caso. Magari anche allora non furono in molti a realizzare la gravità dell'accaduto: palesandosi per la prima volta il lavoro del musicista, la sua presenza come facitore di musica, d'un tratto l'ascoltatore prese coscienza dello studio d'incisione.

Fu come abbattere le quinte e far entrare fra i solchi l'aria impollinata di intuizioni, espedienti, magia, fatica, eccitazione degli Abbey Road Studios. Fu come aggiungere una dimensione all'avvolgente bidimensionalità del vinile. Una sensazione simile a quella provata dai lettori dei Fantastici Quattro (anch'essi Fab Four, no?), che nel numero 51 del giugno '66 - appena due mesi prima - assistettero alla scoperta del Portale sulla Zona Negativa da parte del geniale Mister Fantastic (per la cronaca, i Beatles e Fantastici Quattro si erano già incontrati in occasione di un'altra pubblicazione Marvel, per la precisione sul numero di marzo del 1964 di Strange Tales).

Butcher\'s attitude
The Beatles
1965
Butcher's attitude

L'antimateria fumettistica da una parte e il "golfo mistico" dello studio d'incisione dall'altra: zone franche della fantasia, luoghi dove l'immaginazione si espande svincolata dalle limitazioni del codice reale (realistico). Nel caso specifico di Revolver, lo squarcio è aperto da (e si apre su) Tomorrow Never Knows: malgrado sia posta a fine scaletta, fu il primo pezzo inciso per il disco. Uno stordente vortice percussivo monoarmonico, come un mantra meccanico sulla china elettrificata del progresso. Ispirandosi al Libro Tibetano dei Morti, John Lennon avrebbe voluto per la linea vocale un vero coro di monaci buddisti, ma George Martin non volle saperne di accontentarlo. Provate ad immaginare cosa sarebbe stato. Su, sforzatevi. Fatto? Bene, probabilmente converrete che Martin tutti i torti non li avesse.

Quindi, reso omaggio al prode George - non a caso "quinto Beatles" ad honorem - ci attende un altro sforzo d'immaginazione: cosa sarebbe accaduto se i Beatles avessero fatto un album intero sulla falsariga di Tomorrow Never Knows? La domanda è, oltre che oziosa, a trabocchetto. Di più: è illecita. Non avrebbero potuto, sarebbe stato come piovere all'insù o credere all'esistenza di Pepperland e dei Biechi Blu (ehm...). Perché l'esistenza di Revolver - e dei Beatles stessi - implicava necessariamente l'immersione nel crogiolo del pop, da cui i Fab Four ed il pop sarebbero usciti definitivamente cambiati. Quel pop che per i Beatles, vissuti per anni in equilibrio sul suo filo caduco, non era più, non doveva essere l'aggiornamento e la capitalizzazione dei suoni più cool che giravano attorno.

Una pratica che, ad esser proprio bravi, avrebbe consentito di sfornare la hit del momento, garantendogli però un conseguente rapido oblio. No, grazie. Avevano già dato. Avevano già recitato la parte degli zazzeruti cazzoni in sella al proprio quarto d'ora di celebrità. Il fatto che si trovassero ancora lì, presenti e vivi, doveva significare qualcosa. Forse non stavano cavalcando la spuma di un'onda, ma la Bestia vera e propria. E, cazzo, magari la stavano pure domando. Porco cane, John, Paul, George, Ringo!

Non è dato sapere quando se ne siano resi conto. La fama sovrumana che li travolse sembrò scuoterli, ovviamente, ma loro si rifiutarono di realizzare. Almeno pubblicamente. Col senno di poi, possiamo intravedere qualche sintomo anche precoce, come quando il 16 gennaio del 1964 furono informati dal loro manager che I Want to Hold Your Hand aveva raggiunto la vetta della hit-parade statunitense: i quattro rimasero storditi, senza parole, seduti sul pavimento della stanza d'albergo dell'Hotel George V a Parigi. Scossi dall'assedio della consapevolezza. Eppure continuarono a rifiutare la realtà delle cose. Malgrado migliaia di fan gliela gridassero ossessivamente ad ogni concerto. Malgrado i 73 milioni di spettatori dell'Ed Sullivan Show (più altri 70 milioni nella puntata del 16 febbraio, una settimana dopo). Alla fine, ovviamente, ne furono investiti. Come la classica rana che bolle, se ne accorsero a cose fatte.

Metteteci pure l'influenza di Dylan, il fattaccio del "più famosi di Gesù" (una semplice constatazione), la confidenza con le droghe e la conseguente espansione psichica (e viceversa). Fatto sta che, proprio in quell'agosto del 1966, il 29 per la precisione, con Revolver ad impazzare tra i timpani e le sinapsi del pianeta rock, andò in scena a San Francisco la loro ultima esibizione dal vivo, il ritiro dai palcoscenici (che perdurerà fino al commiato definitivo del 30 gennaio 1969, il giorno del celebre Rooftop Concert). Ufficialmente la scelta fu giustificata dalle insostenibili condizioni ambientali, con le urla dei fans a sovrastare l'amplificazione non trascendentale dell'epoca (al punto che essi stessi non riuscivano a sentirsi suonare), così come la pressione nevrastenica dei tour, giunta oramai a livelli parossistici (che toccarono l'apice coi tragicomici eventi filippini). Tutto ciò è assodato, confermato, Storia. E' altresì vero però che i Beatles si svincolarono dalla realtà. Ne rifiutarono l'attrito urlante. La zavorra. L'ostacolo.

Ora, mi sembra che non esista una situazione musicale - gruppo, artista, scena - più conosciuta dei Beatles. Dei quali, almeno dopo le Anthology, sembra proprio non ci sia null'altro da sapere. Dopodiché il copiaincolla di George Martin con Love e la pseudo filologia di Let It Be Naked ci hanno insegnato quanto la manipolazione possa cambiare tutto senza cambiare nulla, perché l'immaginario lo plasmi ma non lo sposti, si rimette in piedi come l'omino del subbuteo dopo ogni spinta o giravolta. Tutto nei Beatles e dei Beatles è chiaro, esplorato, indagato, ipotizzato. Giorno dopo giorno, ogni giorno della vita. Nessuna concessione alla normalità anzi la normalità promossa ad evento straordinario. Sappiamo tutto, di tutto. Anche quello che non è mai accaduto. Anche quello che forse, chissà, è accaduto.

L'unico modo sensato per esplorarli ancora è l'ipotesi pura. Quindi, è giusto, ragionevole, auspicabile forzare la mano a questa cosa. D'altronde, non è già abbastanza incredibile di per sé passare in dodici mesi dalla deliziosa Ticket To Ride all'imponente delirio di Tomorrow Never Knows? Poniamo quindi che Revolver sia stato progettato per rappresentare l'idea stessa del pop beatlesiano: un ribollire superficiale perché la sotto c'è un mostro che brancola nel mistero. L'inaudito come pratica di interpretazione e decodifica della quotidianità sommersa, reso potabile e quindi collettivo, perciò indissolubilmente agganciato alla Storia. Tomorrow Never Knows è il mostro che fa capolino, il capogiro che ti prende constatando la realtà del mito (avvisti un UFO, scorgi il capoccione di Nessie spuntare dal lago, incontri Elvis ancora vivo...).

Help!
The Beatles
1965
Help!

Una volta definito questo perno poetico, fu spostato in coda alla scaletta per mimetizzarlo da stordente bizzarria. Quindi, venne il resto: l'effervescenza aspra e vivida di I Want To Tell You e And Your Bird Can Sing, l'esotismo patologico di Love You To, il torpore radiante di I'm Only Sleeping, gli spurghi soul di Got to Get You into My Life, la patafisica fumettistica di Yellow Submarine, l'estro sfrigolante di She Said She Said, il melò barocco di Eleanor Rigby, il delicato struggimento di Here, There and Everywhere...

Un plotoncino di potenziali singoli da cui paradossalmente fu estratto il solo Yellow Submarine con Eleanor Rigby quale lussuosissima B-side (il pezzo "fanciullesco" da una parte, il più "adulto" del loro repertorio dall'altra...). Numero uno per oltre un mese. Revolver, dal canto suo, da buon fenomeno pop stazionò in vetta alle chart per sette settimane in UK e per sei negli States. Preparando il terreno al mostruoso impatto del Sergente Pepe. Un altro capitolo della stessa storia. (SS)

Al cinema

"Bene. Grazie a tutti da parte mia e del gruppo, e speriamo proprio di aver superato questo provino!".

L’accostamento Beatles e cinema ha costituito un connubio perfetto per diversi motivi. I cinque film di cui furono protagonisti, soprattutto i primi due, contribuirono da un lato a ratificare la Beatlemania, dall’altro si pongono a tutt’oggi come contributi artistici originali nel contesto della nascente pop culture.

Da quando all’inizio degli anni ‘50 i giovani erano diventati - prima in America e poi in Inghilterra ed Europa, di pari passo al miglioramento delle condizioni economiche del ceto medio-basso - una vera e propria categoria socio-culturale (con lo sviluppo di gusti estetici, modelli di comportamento e di conseguenza la nascita di mitologia e linguaggi propri), l'unione tra musica e cinema era diventata inevitabile. L’immaginario della nuova cultura rock finiva così per riversarsi sul grande schermo, attirando il pubblico giovane, aumentando il numero di spettatori e, naturalmente, promuovendo i musicisti. I film con Elvis Presley ne sono certo un esempio folgorante, oggi forse il più immediato; ma in realtà il rock’n’roll aveva iniziato sin dalla nascita a popolare alcune pellicole, sancendo la propria legittimità ed affermazione: la prima canzone ad essere sentita in un film è stata significativamente Rock Around the Clock di Bill Haley (ne Il seme della violenza di Richard Brooks, 1955), laddove nella ormai leggendaria commedia del ’56 The Girl Can’t Help It di Frank Tashlin facevano la loro prima apparizione di fronte al grande pubblico Little Richard, Fats Domino, Platters, Gene Vincent e Eddie Cochran; in questo contesto non va dimenticato, ovviamente, il ruolo dell’icona giovane James Dean, lanciata in contemporanea dal Gioventù bruciata di Nicholas Ray.

Negli anni ’60, quando il quartetto di Liverpool si cimenta con il grande schermo, il connubio musica-cinema aveva già cominciato a definirsi, in parallelo con lo sviluppo del movimento giovanile, con caratteristiche abbastanza precise (il cosiddetto “film musicale”, da noi musicarello), sia come oggetto di consumo, sia come prodotto originale di affermazione della nascente cultura rock. È in quest’ultima direzione che si innesta decisamente l’attività cinematografica dei Beatles. Nei cinque film (1964-1970) al loro attivo, i quattro musicisti allora compartecipano attivamente alla costruzione di un’estetica propria, proponendosi al loro pubblico in modo più diretto ed esplicito, attraverso l’unione di diversi media (televisione, arti visive, pubblicità) che rivelano una consapevolezza dei mezzi usati da non sottovalutare. Film che, d’altro canto, serviranno poi da modello per il successivo cinema rock.

Le prime due esperienze, A Hard Day's Night (Tutti per uno, 1964) e Help! (Aiuto!, 1965) avvengono sotto la regia di Richard Lester, esordiente americano trapiantato in Inghilterra che fino ad allora si era occupato in prevalenza di pubblicità; scelto da John Lennon dopo aver visto un suo corto realizzato insieme a Peter Sellers (di cui i Fab erano fan dai tempi del seminale Goons Show, pietra fondante della comicità british), Lester rivela tutte le sue influenze di free cinema inglese (il realismo di ambienti e storie) mescolando il semidocumentario al musical in A Hard Day's Night, insieme all’idea del viaggio (come si sa, trattasi di un avventuroso passaggio in treno da Liverpool a Londra dove i quattro devono registrare un concerto in uno studio tv, mentre sono braccati dai fan). E’ il ’64 e il film ripropone, in versione casalinga, lo straordinario successo americano riscosso a inizio anno all’Ed Sullivan Show e la loro affermazione planetaria, a cui A Hard Day's Night contribuirà largamente. Mescolamento di linguaggi (teatro, danza, fumetto), riflessione sui meccanismi di costruzione della celebrità, surrealtà, impertinenza, racconto delle caratteristiche dei quattro musicisti: il film da un lato rivela tutto il suo debito nei confronti dei fratelli Marx e dei citati Goons, dall’altro si pone come precursore della sbeffeggiante e oltraggiosa estetica dei Monty Python. Nel successivo Help! Lester ritorna ancora sulla celebrità, attraverso vicende surreali ambientate in India e varie location, in un film che è un tripudio di espressività pop e una parodia della spy story alla James Bond. C’è l’antimilitarismo - nel 1965 siamo già in pieno Vietnam - bandiera di Lennon (che nel ’67 reciterà in How I Won The War / Come ho vinto la guerra dello stesso regista), c’è l’invenzione di proto videoclip con largo anticipo e una libertà che si riflette nelle associazioni anarchiche piuttosto che nella narrazione. Come detto, questi primi due film contribuiscono a cementare la Beatlemania nel mondo.

Dal canto suo, Magical Mystery Tour (1967) fa storia a sé. E’ stato l’unico caso di pellicola girata in piena autonomia (con Brian Epstein scomparso da alcuni mesi, il gruppo aveva in realtà perso la guida e il motore), accreditato ai quattro ma in realtà da attribuirsi quasi per intero al solo Macca. Ed è stato l’unico insuccesso commerciale. Realizzato su proposta della BBC come film di Natale, fu trasmesso in TV nel periodo natalizio: la struttura prettamente surreale spiazzò, c’era da aspettarselo, il pubblico televisivo e la ricezione in b/n (nella maggior parte delle case degli inglesi non c’era ancora il colore, nonostante il pionierismo in technicolor dei Fab) fece il resto. Ispirato da un viaggio di McCartney negli Stati Uniti e privo di una vera e propria trama, Magical Mystery Tour raccoglie confusamente una serie di episodi spalmati nel corso di un tragitto in un bus nell’Inghilterra meridionale. Essenzialmente un prodotto psichedelico ricolmo di LSD, non ha più, venuto a mancare l’apporto registico di Lester e quello morale di Epstein, un equilibrio fondante. È frammentario al massimo, con l’unico motivo ricorrente del viaggio. Film non riuscito, che ha però il merito di esprimere un’estetica; altro punto a suo favore, a parte la novità nel vedere dei musicisti (un musicista!) alla regia, quello di essere precursore dei videoclip (già in parte realizzati con i film di Lester); per ogni canzone c’è infatti una sequenza musicale staccata dal contesto narrativo. E poi sono presenti una miriade di segni e di influenze disparate, dalla lisergicità e dai colori della controcultura, all’oniricità delle sequenze, alle citazioni di spettacoli popolari come le fiere e il circo, anche nelle stranezze fisiche presentate (riferimenti a Freaks di Todd Browning), le citazioni da Alice di Lewis Carroll (la testa d’uovo, I am the egg man) e al Mago di Oz. Tanto, troppo per una visione televisiva casalinga!

Yellow Submarine
The Beatles
1968
Yellow Submarine

L’attenzione e il successo verranno ristabiliti dal successivo Yellow Submarine (1968), coloratissimo lungometraggio animato di George Dunning e Dennis Abey dove i quattro compaiono in carne ed ossa solo in un breve cameo finale. Protagonisti sono i loro corrispettivi animati, in un’atmosfera sospesa e anche qui psichedelica (segno che le idee seminate sin qui sono state raccolte in lungo e in largo), da cultura hippy (il regno dell’amore di Pepperlandia), tra percezioni alterate, mondi paralleli e riferimenti alla Pop Art. La partecipazione fattiva del gruppo è per la prima volta minima, già immersi in atmosfere da pre-disgregazione al punto di non prendersi neanche il disturbo del doppiaggio. Intanto per il pubblico ci sono i loro alias in cartoon, che li sostituiscono perfettamente e rispondono ai bisogni di iconizzazione.

E si arriva così all’epilogo: il documentario Let it Be, diretto nel 1969 da Michael Lindsay-Hogg – lo stesso di The Rolling Stones Rock’n’Roll Circus - e uscito nel 1970, a scioglimento ormai avvenuto. Funestato dalle stesse peripezie artistiche e produttive dell’omonimo album (in origine destinato alla TV con il titolo primigenio di Get Back, doveva riprendere la gestazione dei nuovi brani in vista di un clamoroso ritorno dal vivo), è testimonianza realistica quanto amara dell’ultimo periodo di attività in studio; un climax di scazzi, frustrazioni e faide interne che miracolosamente culmina nel rooftop concert del 30 gennaio ’69, qui proposto quasi integralmente come agrodolce finale (del film, e di un’epopea intera). Come per tutto il resto della cinematografia beatlesiana, è quindi un’occasione per mostrare un ulteriore tassello di un’evoluzione artistica e soprattutto personale. Un tassello definitivo stavolta, doloroso al punto da non essere ancora edito in DVD. Curiosamente, Let It Be si è aggiudicato un Oscar nel 1970 per la colonna sonora.

Aggiungiamo infine che, singolarmente, i quattro sono sempre stati calati nel pieno della vita artistica e culturale della loro epoca. Nello specifico, è noto che Lennon seguisse il mondo dell’arte; meno noto forse che fosse un appassionato di cinema (da ricordare il sodalizio con il cileno Alejandro Jodorowsky, al quale finanziò film e happening a partire dal 1971, quando persuase il suo manager Allen Klein a comprare i diritti di El Topo e a finanziare al regista il successivo La montagna sacra, 1973), nondimeno titolare di una produzione filmografica indipendente in tandem con Yoko Ono (Smile, Two Virgins, Self Portrait, Fly, Imagine…); anche Paul McCartney si interessava di avanguardie, si veda il suo trasferimento a Londra nel ’67 in piena era “swingin” (interessi che cercò di riportare nell’anarchico Magical Mystery Tour). Oltre che in quelli di attore (citiamo su tutti The Magic Christian del 1969 - al fianco di Sellers - e il delirante 200 Motels di Frank Zappa, 1971), Ringo Starr è da ricordare anche come regista del rockumentary dedicato all’amico Marc Bolan (Born To Boogie, 1973); non bisogna poi dimenticarsi del George Harrison produttore: tra i finanziatori di Life Of Brian degli amici Monty Python nel 1978, avviò in seguito la Dark Horse Production, che proseguì la sua attività fino a metà degli Ottanta occupandosi prevalentemente di film low-budget. (TG)

Dark side

Possono i quattro baronetti, i Fab Four dai caschetti innocenti, avere una controparte al nero? Si può concepire gli autori di inni zuccherosi e inoffensivi come Can’t Buy Me Love e She Loves You, fungere da pietra angolare e/o influenza più o meno dichiarata per musiche heavy & hard? O ancora, è possibile immaginare quelli che nella prima metà dei 60s furono protagonisti di scene di isteria collettiva nonché fidanzatini ideali per la gioventù pre-68 impelagati in storie di esoterismo di matrice satanica, omicidi efferati, deliri d’onnipotenza, ecc? La risposta è sì.

Come ogni yin ha il suo yang anche i quattro di Liverpool hanno aspetti a dir poco inquietanti. Saltando a piè pari la famigerata, shockante “butcher cover” censurata di Yesterday And Today (1966), è la fase che prende il via dalla pubblicazione di Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band, soprattutto. Prendete pezzi come Lucy In The Sky With Diamonds e Strawberry Fields Forever, o Revolution 9 e Happiness Is A Warm Gun, con quest’ultima addirittura bandita dalla programmazione BBC per i riferimenti sessuali e alle droghe. C’è poco da fare o da star lì a discutere: musicalmente, ma soprattutto a livello di atmosfere e rimandi testuali, questa è roba che ha ben poco a che spartire coi Beatles prima maniera, usi a solleticare gli aspetti più pruriginosi dell' adolescenza piuttosto che addentrarsi dentro le più recondite spire della psiche umana. Questi sono pezzi, insomma, in cui si palesa il flirt non tanto con la concomitante summer of love quanto coi suoi aspetti più psicotropici, deviati, perversi e malati. Sarà forse un caso che questo lieve scarto avvenga dopo il famoso viaggio in India? No, così come non è un caso che proprio nel primo album successivo all’esperienza presso il Maharishi Mahesh Yogi i riferimenti a qualcosa di socialmente poco accettabile si palesino fin da ciò che è (era) il primo impatto col pubblico: la cover. Sì, avete indovinato. È proprio nella copertina di Sgt. Pepper’s che si trova l’ormai risaputissimo omaggio al padre del satanismo moderno, sir Aleister Crowley. Bello pacioso, lì in mezzo alle persone che ci piacciono – esattamente tra Mae West e il guru indiano Sri Kteswar Giri – l’occultista più famoso e più citato del pianeta fa indubbiamente la sua sporca figura contribuendo, seppur post-mortem, a fomentare le voci sulla svolta esoterica del quartetto. Insomma, quando l’ora del tramonto allunga la sua ombra sulla summer of love, sui caschetti neri dei fab four si vanno addensando ben altre ombre; inquietanti e malefiche, cominciano a svelare al mondo la dark side del quartetto di Liverpool. È però soprattutto grazie a (o a causa di) un pezzo che l’aspetto diabolico, l’altra faccia del bel sorriso inoffensivo e pop-oriented dei quattro prende forma mostruosa e aberrante. Non per colpa loro in verità, o per lo meno non direttamente, quanto di chi interpretò quel messaggio alterandolo in base alle proprie manie  e applicandolo al proprio, devastante e malefico ego: Charles Milles Manson, per gli amici semplicemente Charlie.

È lui, il pazzo psicopatico from Cincinnati, colui che scoperchia il vaso di pandora sui Beatles al negativo, che li marchia definitivamente e li trascina – almeno nell’immaginario collettivo – verso l’inferno e verso il male, esaltandone il lato oscuro quando guida (spiritualmente, ovvio) quell’accolita di pazzi della Family nella villa di Roman Polanski per ucciderne la moglie incinta Sharon Tate e un paio di ospiti. È il 9 agosto del 1969: la summer of love è finita da un pezzo e a quell’altezza anche i Beatles non se la passano proprio bene, tra contrasti intestini e inarrestabili spinte isolazioniste (il matrimonio Lennon-Ono, vera e propria ufficializzazione della frattura è, guarda caso, di qualche mese precedente).

La genesi della Family e la follia del suo indiscusso leader sono state trattate in lungo e in largo negli ultimi 40 anni (cfr. il libro del pm del processo Vincent Bugliosi, Helter Skelter, Mondadori 2006), così come le gesta che insanguinarono quell’estate da fine della verginità, inanellando una serie di omicidi gratuiti quanto efferati. Riti satanici, depravazione sessuale, istinti omicidi, follia generalizzata mascherata per metà da richiami esoterici, per metà da ribellismo anarco-paranoide. Tutto e il contrario di tutto si addensava nella mente di un non più giovane Manson e di rimbalzo, grazie al suo magnetico carisma – chiedere a Dennis Wilson, la pecora nera dei Beach Boys, ma soprattutto al suo conto in banca, per conferme – nelle menti di quei derelitti fuori di testa che formavano la Family. Ad ammassarsi nella mente del leader era però Helter Skelter. Il pezzo consegnato al White Album si trasformava nella mente contorta e sfregiata di Manson in ossessioni da ottovolanti apocalittici e satanici richiami alle armi; i quattro autori, invece, nei cavalieri della sua deviata e personale apocalisse. La guerra, altrettanto personale, che Manson col suo sgangherato eserciti di drop-out borderline e troiette strafatte si apprestava a vivere in quella torrida estate, non poteva che chiamarsi Helter Skelter.

Magical Mystery Tour - I am The walrus clip
The Beatles
1967
Magical Mystery Tour - I am The walrus clip

Stop. Fast Forward. Anni ’90. 1993, ad esser precisi. Morte ai porci, scrivevano, esaltati da un altro pezzo del White Album, Piggies, gli invasati della Family su uno specchio di casa Polanski col sangue di una Sharon Tate incinta e ferocemente uccisa; e morte ai porci rimbalza nella litania che gli Starfuckers regalano alla compilation Comin’ Down Fast. Sottotitolo, A gathering of garbage, lies and reflections on Charles Manson. Pausa. Cosa c’entrano i Beatles con una oscura compilation in vinile 10” pubblicata in edizione numerata e limitata da una minuscola etichetta italiana? C’entrano, c’entrano. Per almeno un paio di buoni motivi. Il primo, banale. L’etichetta in questione – all’epoca anche distributore, e tra i più importanti – aveva sede a Roma e prendeva il  nome proprio dal pezzo-ossessione di Manson, Helter Skelter. Secondo, molto più sottile. Quanti gruppi dell’underground più vario, dal punk all’industrial passando per l’avanguardia e il noise (da Skullflower ai Motorpsycho), si sarebbero cimentati nel tributo al limite dell’agiografico di un personaggio come Manson se fosse stato "solo" uno dei tanti santoni assassini provenienti dalla terra di tutti e di nessuno? Se, insomma, non fossero stati i Beatles, e quel pezzo dei Beatles, a innescare la miccia di una latente bomba paranoide? Oppure, rovesciando la prospettiva, quanto fascino avrebbero esercitato nei subdoli e putridi sotterranei della musica underground – da Siouxsie agli Skinny Puppy, per capirsi – i Beatles senza l’influsso negativo del magnetico Manson, la follia iconoclasta (insieme politica e satanica, ma in percentuali variabili) della Family e il sangue fresco e giovane della bianca e ricca Hollywood? Quanto appeal avrebbe avuto il portato, indubbiamente epocale, del quartetto inglese in band distanti anni luce se non fosse esistito quel tramite maleodorante e nauseabondo che fu Manson e la sua Family? Ovvero, i Sonic Youth avrebbero inciso quel delirante capolavoro che è Death Valley ’69 se non fosse successo quello che è successo in quella valle nell’estate del 69? O ancora, Trent Reznor a.k.a. mr. Nine Inch Nails, si sarebbe spinto all’estrema azione di affittare la villa dell’eccidio per trasformarla in studio di registrazione per il suo The Downward Spiral?

Insomma, quello tra i quattro di Liverpool e il pazzo Charlie è un legame indissolubile, per forza di cose bidirezionale, troppo ampio per essere trattato in questa sede ma indubbiamente in grado di fare la fortuna l’uno degli altri. O viceversa. Dopotutto, ci si ritrova sempre tutti a bordo di quell’helter skelter, no? (SP)

Uno contro tutti

Anonimo fan dei Beatles: Soltanto un incompetente puo` negare che i Beatles abbiano fatto la storia del rock.

Piero Scaruffi: Spero che su almeno una cosa siamo tutti d'accordo: meno uno s'intende di musica rock, più è convinto che i Beatles abbiano fatto la storia del rock....

Come erigere la propria attendibilità demolendo il senso comune, il valore dato per assodato e fatto proprio dalla collettività? La chiave per interpretare un personaggio come Piero Scaruffi, che di base è un critico musicale e/o cinematografico e/o d’arte, ma anche storico, matematico, poeta, ingegnere, teorico politico, esperto di viaggi, filosofo, scienziato... e molto altro ancora, sta tutta nell’iconoclastia come modus operandi e cartina al tornasole del proprio successo. Come dire: molti nemici, molto onore. Piero Scaruffi ha costruito tutto il suo successo sulla capacità retorica e argomentativa con cui ha saputo rovesciare miti dell’epoca dei consumi, mettendo in piedi contemporaneamente tutto un altro mondo, ai più sconosciuto, di cui si è fatto il portavoce. Da qui poi anche un modo molto tagliente e categorico di produrre giudizi senza colpo ferire e una retorica abilissima nel testimoniare quello che altrimenti non potrebbe essere: un'opinione diversa da quella di cui si è profeti. E’ l’identikit perfetto di quello che finisce per risultare poco simpatico. Non che ci si voglia allineare alla folla di detrattori, per lo più colleghi di mestiere o fan inviperiti, che lo vedono come un pagliaccio autocostruito sul nulla che non capisce alcunché e spara sentenze un tanto al chilo, ma che il personaggio sia di quelli difficili da gestire lo si comprende subito. Poi per carità… di meriti indiscussi il suo curriculum è pieno, a partire dal suo sito web, primo esempio di comunicazione rock online in Italia, con la maggioranza delle sue schede, prima pubblicate nella sua Storia del Rock in più volumi, disponibili gratuitamente e a portata di click (anche qui i detrattori però sostengono che Scaruffi non sia stato proprio il primo. Forse IAMR c’era già prima. Forse c’era già un primordiale database in un’epoca pre-Amiga 500… ma anche questo fa parte del nostro discorso…). Ed è qui che si innesca il ring. Internet accorcia le distanze, Piero nonostante i suoi innumerevoli viaggi in tutti i posti del mondo è costretto a fare i conti con la folla inferocita del villaggio globale, che con due mail ti viene dentro a casa a sbatterti sul muso la propria disapprovazione per i tuoi giudizi. Il fanatismo degli utenti rock si scontra con il monolitico e irraggiungibile profilo del critico super partes.

Da qui nascono pagine indimenticabili e irripetibili che fanno testo a parte nella nostra micro cosmogonia storiografica di scrittori rock italiani online anni 2000… I botta e risposta tra Piero e i fan indispettiti per le sue schede. In un paio di casi si raggiungono vertici assoluti: David Bowie e i Beatles. Pochi altri artisti nella storia del rock hanno avuto una tale massa adorante. In entrambi i casi lo scaruffismo si abbatte come la mannaia del boia. Cosa aspettarsi da uno che inizia la scheda di Bowie in questo modo: "David Bowie fece del marketing l'essenza della sua arte. Tutti i grandi fenomeni della musica popolare, da Elvis Presley ai Beatles, erano stati innanzitutto fenomeni marketing (come la Coca Cola e i Blue Jeans prima di loro), ma Bowie ne fece un'arte". Con Bowie tutto sommato siamo ancora nell’ambito della discussione tra diverse opinioni. I fan sostengono questo, Piero sostiene quello e lo spiega non senza la classica chiosa di chi si rompe anche le scatole di stare li a spiegare l’ovvio, cioè la verità della propria opinione: "Bowie è un ottimo esempio di come uno finisca per scrivere una scheda molto lunga e dettagliata su un argomento che gli interessa molto poco. Mentre gran parte delle 5.000 schede di questo website non vengono analizzate da quasi nessun lettore, quella di Bowie viene analizzata da centinaia di lettori".

Con i Beatles però si raggiunge il top. Arrivati a questo punto bisogna per forza di cose fare gli ipertestuali e mettere il link ad una pagina a suo modo mitica: http://www.scaruffi.com/vol1/beatles.html. L’attacco fa subito impressione, con tutta quella serie di 3 e 4 dati ai primi album fino a Revolver. Abituati a sentirci dire che Sgt. Pepper e il White Album sono patrimoni dell’umanità, che andrebbero messi sul Voyager come testimonianza artistica per gli alieni, si rimane basiti da smilzi ed emaciati 7 e 6. Ma le argomentazioni sono ancora più pirotecniche. Si inizia caldi e decisi: "I Beatles appartengono certamente alla storia del costume degli anni '60, ma i loro meriti musicali sono quantomeno dubbi". Si prosegue demolendo il mito, non basandosi sulla capacità tecnica e musicale dei Fab Four, quanto proprio sul contesto social/musicale dell’epoca, tagliando subito le gambe alle pretese rivoluzionare della loro musica, che lui pone automaticamente come reazione normalizzate e pop al rock’n’roll selvaggio degli anni ‘50: "L'arrivo dei Beatles rappresentò il salvagente per la middle-class bianca, terrorizzata all'idea che il rock and roll rappresentasse una vera rivoluzione di costume. I Beatles tranquillizzarono quella vasta fascia di pubblico e conquistarono i cuori di tutti coloro (soprattutto al femminile) che volevano essere ribelli ma senza violare i codici imperanti. [...] I Beatles sostituirono le immagini di quei giovani arrabbiati col pugno chiuso con i loro visi simpatici e le loro dichiarazioni amabili. I Beatles sostituirono le parole d'accusa di quei musicisti militanti con filastrocche corrive". E da un punto di vista strettamente musicale? Un disastro! "Per il resto della loro carriera i Beatles furono quattro musicisti mediocri che cantavano ancora canzoni melodiche di tre minuti (le stesse che si facevano da decenni) in un'era in cui la musica rock tentava di spingersi al di là di quel formato (un formato originariamente dovuto alle limitazioni tecniche del 78 giri). I Beatles furono la quintessenza del "mainstream", assimilando nel formato della canzone melodica le innovazioni che venivano man mano proposte dalla musica rock". Le più grandi colpe o, per meglio dire, le macchie che coprono la capacità artistica dei Beatles per Scaruffi stanno soprattutto nell'aver copiato pedissequamente i Beach Boys e affidato tutto a George Martin, che in veste di produttore è il vero deus ex-machina degli arrangiamenti che fecero il loro successo.

Stereo Box Set
The Beatles
2009
Stereo Box Set

Come pensate che i fan dei Fab Four possano reagire leggendo simili cose? Pensate forse che il ridurre l’importanza dei Beatles al rango di fenomeno di costume possa avere in qualche modo attenuato il colpo al cuore di parole tanto dure? Manco per idea. Le lettere partono e arrivano. Probabilmente Piero è costretto ad inserire una regola in Outlook (ma lui da scienziato dell’ICT forse usa Eudora o Thunderbird…) che letta la voce Beatles nell’oggetto del messaggio indirizza automaticamente nel cestino. Non di meno ci prova a rispondere, e l’ego del personaggio si abbevera ad una fonte che non va mai in siccità. "La benché minima "critica" (ovvero analisi approfondita) ai Beatles viene interpretata dai fans dei Beatles come "odio": lascio agli psicologi spiegare questo fenomeno". Qualcuno prova a sbattergli in faccia decenni di storia popolare: "La storia del rock e` scritta anche da milioni di dischi venduti, concerti esaltanti, mode lanciate", ma la risposta è saccente e implacabile come compete al personaggio: "Chiunque compia una ricerca sociale degli anni '60, deve parlare di Beatles, Monroe, le minigonne, Pelè e (in Italia) Carosello". E’ ovvio, a questo punto, che le due fazioni non si possano mai incontrare a metà strada. Del resto, è indubbio che il taglio delle melodie e la progressione degli accordi era già all’epoca abbondantemente sopra le righe. Come dire che di suonare rock’n’roll ai Beatles importava fino ad un certo punto… ma a conti fatti sono questioni di lana caprina. Il fan dei Beatles ha gioco facile nello sbattere in faccia a Scaruffi il falso storico secondo cui la leggendaria capigliatura a caschetto sia invenzione del produttore Epstein, quando invece sembra che sia merito del gusto estetico della ragazza del primo bassista del gruppo, Stu Sutcliffe… Come ci si rende conto dopo un po’… il confine tra critica ragionata e questione di principio diventa un nebulosa linea di confine, ma va bene così. Il mondo non è bello perché è vario, ma perché c’è gente che si accapiglia per il taglio di capelli di Ringo Starr. (AC)

Communication breakdown

Facce pulite e rassicuranti, sia che facciano canzonette rock, sia che tornino dall’India con un souvenir psichedelico ad uso e consumo delle giovani generazioni (ma niente a che vedere con quanto pre-scriveva in quegli anni Raoul Vaneigem nel suo Trattato di saper vivere). Ma non è solo qui che ci porta l’argomentazione scaruffiana. L’impressione, per chiudere questo elenco di porte che abbiamo cercato di aprire, è che probabilmente attorno ai Beatles si sia creata l’espressione massima del riduzionismo in musica.

Spieghiamoci meglio. I Beatles hanno fatto sicuramente della musica un mestiere, e hanno trovato l’apparato giusto dove inserirlo. L’ipotesi è che non si tratti fino in fondo di questioni di intenzioni autoriali. E che alla fine il tutto si risolva in un pro e contro ingigantito. Certo l’opzione di Scaruffi ci è utile, oltre che come lettura di un fenomeno – propagato ormai da più di un decennio tramite flame e contro-flame dei forum musicali della rete – come lettura di un pubblico. E da qui vogliamo ripartire per mettere dei puntini di sospensione finali…

Erano gli anni Cinquanta quando Roland Barthes parlava di Miti d’oggi, esponendo alcuni casi celebri di nuove icone culturali - si direbbe oggi - create tramite una sottile (perché meno evidentemente oppressiva) forma di ideologia dominante: il consumismo occidentale. Il suo lavoro era di decostruzione, di demistificazione, di guerriglia semiologica. Va da sé che un’operazione simile si potrebbe provare coi Beatles, specie nel momento in cui 09/09/09 esce con un tempismo eccezionale per stabilire il primato di vendite anche nei Duemila (battendo così presumibilmente Eminem, che al momento attuale si attesta sui 32 milioni di dischi venduti, quattro in più di Macca e soci). Il mito – fatto di caratteristiche iconiche e in qualche modo inarrivabili, se non sfuggenti – è pieno e sfaccettato insieme; è solido ma al suo interno ha piccole storie, che hanno la funzione di rinnovarne la presenza sulle bocche di tutti; esemplare il caso della bufala (vera o falsa, poco importa) creatasi attorno alla presunta esistenza di un sosia di Mc Cartney, che si sarebbe insediato dopo la morte del vero Paul, dal quale può essere distinto solo per la cartilagine dell’orecchio e per l’ampiezza dell’arcata dentale.

Per costruire un mito è necessario lavorare moltissimo su tutto l’impianto che può e deve promuoverne l’aura. Abbiamo parlato non a caso del rapporto tra cinema e Fab Four. È un capitolo che in un discorso come questo ci interessa quasi quanto l’analisi di un’uscita discografica. Sì, perché i Beatles sono stati anzitutto espressione di una capacità mediatica. Sembra l’ennesima banalità detta a proposito della musica pop, ma, forse, bisogna terminare l’analisi – anzi, la scomposizione della questione Beatles in tanti rami di discussione – provando a sfogliare i livelli di quello che su di loro è stato detto di più ovvio. Non è certo una novità che una band abbia un apparato promozionale studiato sinergicamente attorno a tutte le possibilità offerte dai mezzi di comunicazione di massa. Eppure, ciò che forse non ebbe pari fu la disinvoltura e la leggerezza con cui i quattro – ancora una volta, Paul in primis, e Magical Mystery Tour ne è testimonianza – affrontarono le possibilità che ebbero di fronte; il modo in cui si buttarono a pesce sui mondi che quei tempi vedevano nascere (ancora la psichedelia, come esempio magistrale). Un esercizio di essenza naive che non è così distante dall’impegno assunto da Lennon con la fluxiana Yoko.

La tesi neanche troppo originale che vorremmo proporre è che il riduzionismo nero/bianco pro/contro è funzione dell’ideologia del mito. E quello che ci ha interessato è dare elementi per complessificare la relazione. E su questo: se vi diciamo cultura giovanile? Espressione che, fra l’altro, fece la sua comparsa ad opera di nugolo di avanguardisti rivoluzionari sempre provenienti dagli anni Cinquanta, i lettristi di Isidore Isou, che inventarono di fatto i "giovani" come "classe" sociale, prima assente da discorsi politici e di conseguenza anche di pubblico, da allora in poi centrale per ogni progetto sovversivo. Fatto, questo, non così astruso dal contesto musicale e dallo show-biz inglese; vi ricordate un certo Malcolm McLaren? Colui che partì dai Pistols per arrivare a coniare la musica per pre-adolescenti, come nuovo pubblico a cui dare la caccia? Proprio Malcolm non ha mai fatto mistero delle proprie letture lettriste e situazioniste, quasi sbeffeggiandosene; altro grande banalizzatore di un potenziale di ribellione sociale.

A prima vista non sembrerebbero esserci dubbi riguardo all’impatto dei Beatles sulla cultura giovanile. Ma si potrebbe altrettanto dire che eppure oggi non sono solo i giovani il pubblico dei Beatles. O almeno che quei giovani ormai sono cresciuti. E che, se anche i Beatles hanno reso innocuo il riot adolescenziale, la loro caratteristica di oggi – il loro apporto alla questione della ricezione musicale nei nostri anni - è la trasversalità trans-generazionale. Altra banalità apparente. Il suono dei Beatles nei CD 2.0 (o 3.0) può forse essere un piano di traduzione tra gli ascoltatori dei Beatles di allora e, da una parte, i giovani del mainstream odierno (abituati ormai a un’idea di hi-fi che è tecnologico e ha come primo obiettivo la separazione dei suoni, più che l’impasto complessivo), dall’altra, gli ex-giovani che ora si godono le possibilità della tecnica e riscoprono il loro amore originario con le orecchie di oggi.

Mono Box Set
The Beatles
2009
Mono Box Set

La conclusione potrebbe essere che i Beatles hanno inventato la trans-generazionalità. È però anche questo un atteggiamento partorito dal riduzionismo. Nessuno ha inventato niente. Una cosa su cui chi ha promosso promuove e promuoverà i Fab sa riflettere è il vecchio dubbio amletico sulle comunicazioni di massa: funzionano da uno a uno o da uno a molti? I Beatles puntano sulle masse, ma ognuno, direttamente e in un rapporto uno a uno, si sente offeso da Scaruffi. Cosa interessante e permessa dal personalismo del web, in qualche misura. Il critico ha capito che se ha davanti un organo fatto di milioni di corpi, ognuno di questi corpi, preso singolarmente, rivela i propri dubbi.

Vogliamo concludere mettendo l’ultimo pezzo di carne sul fuoco. L’enorme dispositivo strategico che attorno alle canzoni beatlesiane ha costruito una vera e propria cultura ha anzitutto puntato sulle necessità di "movimento". Questo è il punto con cui vorremmo chiudere. Il fatto che quella cultura ha bisogno di un continuo aggiustamento. E si muove lentamente come la società. Che in realtà non cambia così in fretta… (GC)

Scheda: The Beatles

copertina pdf #88