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Pubblicazione 05 Ottobre 2009

Felice Brothers (The)

Di radici e di ali

Non tutti riescono a farsi schiacciare dal passato e incidere sull'attualità. I tre fratelli Felice, ad esempio.
Felice Brothers (The)
2008

Inutile far finta di non saperlo: i gruppi attuali hanno una gran fortuna che tuttavia in pochi sanno sfruttare. Possono avere a disposizione il senno di poi sonoro di cinque decenni d’evoluzione della “cosa rock” e dei suoi derivati, il privilegio di scartabellare tra testi sacri e note a pie’ di pagina in cerca di un linguaggio il più possibile “originale”. Non appartengono però a tutti la capacità critica e l’attitudine sincretica necessarie; né l’attenzione rivolta verso le Canzoni in un epoca in cui la maggioranza bada alla peculiarità del suono. Non basta mettere in relazione tra loro segmenti di stile differenti: li si deve legare con un collante, altrimenti ci si blocca a metà del guado. Perché, potenzialmente, non vi è limite alcuno a ciò che si può cavare dal cilindro per sottrarre il rock al ruolo di vuota pantomima in cui è caduto. Capito come si fa, Arciduchi Ferdinandi e Babbuini Polari? Come gli LCD Soundsystem, come gli Art Brut, come i Felice Brothers.

Che si stanno vieppiù imponendo - con la serenità del saggio provinciale - come uno dei più scintillanti aggiornamenti di The Band. Della stessa indagine nel cuore rurale dell’America ottimista e lavoratrice che non è probabilmente mai esistita se non nei sogni di D.H. Thoreau e Walt Whitman. I quali avrebbero gradito un soggiorno nella piccola Palenville dove tutto è iniziato, piccolo borgo sulle Catskill Mountains a venti minuti da Woodstock e dunque da quel Big Pink che sappiamo. La storia, bella e molto americana, vede tre fratelli - Simone (batterista, scrittore di racconti), Ian (chitarra, voce) e James (fisarmonica, tastiere) - trascorrere le domeniche a suonare, diventare grandi e tirar dentro il compagno di dadi e bassista Christmas Clapton; trasferirsi in seguito a New York e suonare dovunque, dai locali alla metropolitana.

Finché nel novembre del 2006 esordiscono con verve tutta da sbozzare e l’autoprodotto Through These Reigns And Gone (6,8/10). Più a fuoco l’opera seconda di una stagione più vecchia e baciata da superiore maturità, Tonight At The Arizona (Loose, 2007; 7,2/10), foriera sul resto della narrativa The Ballad Of Lou The Welterweight e della polvere dylaniana raccolta in Rockefeller Druglaw Blues. Sono i miti sempiterni che da sempre indaga Greil Marcus a essere investiti di nuova luce, quella Storia che si fa leggenda e l'opposto alla radice del Nuovo Mondo e dei suoi destini. Nei quali viene voglia di credere, apprendendo che - una volta che la ruota ha preso a girare - i Nostri si trovano a condividere palchi (pare che dal vivo siano immensi) con Bright Eyes e a prendere parte a uno dei concerti della serie Midnight Ramble organizzata da Levon Helm. Poi uno non deve credere al fato…

Palato fino, Conor Oberst decide di metterli sotto contratto per la Team Love Records, impegno onorato nei primi mesi del 2008 dal passo avanti di un album omonimo (Team Love, 2008; 7,3/10) assai gradito da queste parti, solido come una quercia e vigoroso da schiantare qualsiasi cartolina in circolazione. La strada che ha condotto alla primavera scorsa e a un opera splendida come Yonder Is The Clock è costellata da concerti su concerti, particolarmente memorabile quello del celeberrimo Newport Folk Festival (dove Zimmie si mise contro i puristi e chi non poteva capire) nel quale nemmeno una tempesta e la mancanza di elettricità hanno potuto fermare la band. Semplice la spiegazione: è l’onestà ferma di chi ha sudato di fatica per arrivare lì partendo dal basso (di nuovo The Band…); di chi sembra incarnare a beneficio della contemporaneità un’era che reputavamo consegnata ai musei, al rimpianto, alla seppiata nostalgia.

Così non è, perché con il “vero” terzo LP i Brothers impongono la cifra autoriale nella quale avevamo sperato, ma che per timore e scaramanzia preferivamo rimandare a un futuro molto prossimo. Sono invece splendido “qui e ora” l’uscire a testa alta dal passato (il traditional Memphis Flu, la festa sull’aia Penn Station); la tradizione restituita a nuova vita sulla scorta dei Maestri (All When We Were Young rivaleggia amichevolmente con I Shall Be Released); i frammenti di ieri che compongono la linfa vitale di oggi (Chicken Wire un Bob Dylan mai esistito tra Blonde On Blonde e The Basement Tapes, The Big Surprise e Boy From Lawrence County ponti stesi tra Blood On The Tracks e Time Out Of Mind). Quando poi si mostra la capacità di usare lo studio di registrazione e strapazzare il cajun, si ricorda a Leonard Cohen come si scrivono brani immensi e si conosce la lezione vocale di Steve Earle e Micah P. Hinson, lo stupore si fa meraviglia e infine certezza. La certezza di avere tra di noi gente destinata a lasciare il segno danzando come indomita e coraggiosa tra le epoche, sotto un lucido cielo stellato.

copertina pdf #91