
Il bresciano Savoldelli, classe '70, è un vocalist che molto ha studiato (in ambiti diversi come lirica, jazz, etnica, avanguardia) e molto ha tentato (in chiave rock cogli Ultimatum, funk coi No Way Out, sperimentale coi Kamakiriad, fusion coi Funky Jackets, più obliquamente cantautoriale coi De-Generation Beat...), portando l'ugola in giro per il mondo ad incrociare esperienze con calibri quali Mark Murphy e Jay Clayton tra gli altri. Il debutto solista lo vede quindi già talmente maturo da consentirgli un approccio più che disinvolto, anzi autoironico, a rendere oltremodo gradevole l'ascolto di questo Insanology, disco perlopiù “vocalese” ovvero strutturato sulla sola voce di Boris abilmente scomposta e giustapposta su diversi canali (un plauso a Paolo Filippi per il missaggio).
Ne escono imprendibili astrazioni come In The Seventh Year (pezzo firmato e regalato da Murphy) e rapimenti monodici beachboysiani (Moonchurch), hip hop sprimacciati (Circlecircus) e suggestici quadretti dagli echi afro come il Paul Simon di Graceland (De-Toxic-Hatefull), rumbe dalla intossicata festosità (Abdywalker) e impetuose trepidazioni gospel (Bluechild), per non dire della serrata versione funky dell'hendrixiana Crosstown Traffic. Impreziosisce il tutto l'intrusione di Marc Ribot nientemeno con deliziosi arpeggi calypso nella languida arguzia di Mindjoke e con rifrazioni febbrili tra i singulti umorali della title track.
Buon disco insomma, intelligente perché disarma in nuce ogni pretenziosità perseguendo uno scazzo arguto per ogni sofisticazione. Peccato per l'ineluttabile timbro da bravo ragazzo che lo rende un po' anello di congiunzione tra Bobby McFerrin, Mike Patton e i Neri Per Caso, per il nostro comunque divertito sconcerto.
(6.8/10)