
Un debutto ma di quelli parecchio meditati, anzi smerigliati, diciamo pure stagionati. E' un fatto che si avverte con chiarezza, sprizza da ogni solco di questo Economy With Upgrade, ed è un bene. I Rio Mezzanino sono un quintetto di Firenze che si sbatte dal ‘97 tra incisioni e contest, fino a mettere a punto questo sound robusto e vibrante che chiama in causa brume tex-mex, acideria jazz-folk, metastasi soul, ingrugnimenti noir, ostinazioni ipnotiche post-blues e, vabbè, facciamo basta così.
Voglio dire: sentitevi Phoenix, quella specie di Lanegan folgorato sulla via d'una bossa languida, tra il cazzeggio di vibrafono e la viola che soffia malinconia. Oppure: il tango country coi sollucheri acidi di violoncello e chitarra in Winter Ghost, roba che neanche i Thindersticks colti da fregola Giant Sand. E ancora: lo struggimento orizzontale di Six Feet Under, voce e cori sul bordone d'archi tra percussioni incalzanti che ci senti la tenera cupezza dei Lambchop e i capricci esotici dei Morphine.
E poi vorrei dirvi la fumosa chimera spaghetti western di Hand Searchin, l'enfasi pastosa di wurlitzer e violoncello in Lies, i dEUS col cuore in ambasce di Fire, una Donkey che s'aggira tra morbidi ectoplasmi Gun Club e cartigli ossessivi For Carnation. E infine, permettetemi, una non meno che stupenda Moquette capace di diluire molecole Thin White Rope e imprendibili sintomatologie crimsoniane in una sierosa inquietudine Tim Buckley.
Un disco che è come aggirarsi al confine tra sogno e risveglio, tra incubo e miraggio, tra cinema e deserto. Chapeau.
(7.3/10)