
Ci sono artisti che viene spontaneo elogiare per la loro semplice esistenza, per il valore aggiunto fatto di biografie sciagurate e sorti avverse, di umanità che si estende al di là della musica, del tanto e quanto di stili e generi, degli assoli così e le ritmiche cosà. L’Orchestra del Baobab si era separata al crepuscolo degli Ottanta suscitando ben poco clamore, salvo riformarsi una prima volta sei anni or sono per lo strepitoso Specialist In All Styles (verità di vangelo!) e tornare una terza volta sul luogo del delitto. E sapete perché? Perché sono sparsi lungo il continente e la nazione (quel Senegal del fu rivale e qui coproduttore Youssou N’Dour), impegnati a condurre vite di mezz’età normali, per quanto - secondo i nostri parametri benestanti e/o benpensanti - possa considerarsi tale un’esistenza da quelle parti.
Non è cambiato nulla da quel disco succitato: è sempre una Cuba trasportata nel centroafrica a farla da padrone e certificare un’influenza storica per tutti gli anni Settanta, nonché una chiusura di cerchio secolare, trasfusa di una gioia di vivere ipnotica e frenetica, sebbene velata di malinconia (evidenza clamorosamente sublime da recuperare in Pape Ndiaye e Beni Baarale, più di tutto in una Cabral di struggente classicità). Multiforme, anche, come raccontano gli undici episodi qui raccolti, capaci di passare dallo ska (Jirim) al jazz (come sopra, il sax che percorre Bicowa), da bluesate suggestioni ispaniche (la sensuosa ma solida Nijaay) a torrido funk (il “call and response” fumigante di fiati ed elettrica Ndéleng Ndéleng), dal rhythm ‘n’ blues (mutato addirittura, com’è caso della rutilante Sibam) a visioni di rock, meglio se attraversando calypso che porta lacrime - di gioia prima e di tristezza poi; di entrambe, alla fine - e del calibro di una filosofica Aline. Nessuna traccia di enciclopedismo, dato che qui si unifica tutto allo scopo di presentare Nostra Madre Africa (come nella caleidoscopica chiusura Colette: superbo il chitarrista Barthelemy Attisso, virtuoso che fa l’avvocato in Togo…), perché di esempi siffatti non ne hai mai abbastanza. Ci sono artisti che viene spontaneo elogiare - anzi, amare - per la loro musica, tanto è semplicemente genuina, traboccante, partecipata. In una parola, viva.
(7.7/10)