
Nel caso di Meccaniche Invisibili adoperiamo volentieri uno dei termini più inflazionati degli ultimi tempi: progetto. Di cui è fautore principale il milanese Andrea Ponzano, classe '72, musicista con un discreto background nelle colonne sonore per cinema e pubblicità, per anni domiciliato a Rio De Janeiro dove appunto questo progetto transoceanico ha preso vita. L'idea alla base è un'interessante mischia di trip-hop, psichedelia, downtempo e drum'n'bass, il tutto asperso di aromi bossa e languori jazz, al servizio di testi intrisi di cupo lirismo e sdegno socioesistenziale. Non troppo facile a dirsi, difficile a farsi.
Difatti il programma rimane presto impantanato nella propria vischiosa ombrosità, una brodaglia anche evocativa in forza dell'inquietudine cinematica che la pervade (vedi la congettura reggae-psych di Sottosuolo, mugugni di ottoni e chitarre acidule al crocicchio tra gli Zero 7 e i Pink Floyd "animaleschi"), ma in definitiva essa stessa lo specchio opaco nel quale tenta di indagare il proprio claustrofobico riflesso.
Non aiuta certo il talkin' infeltrito di Ponzano, una cosa mediana tra il primo ingrugnito Gazzé e il più blando Sinigallia ma come se leggessero su un gobbo sfocato. Un po' meglio va quando il microfono tocca a Federico Faggioni (in una Al macello che scomoda - o tenta di farlo - i CSI più solenni) e a Carlos Duba, altrimenti noto come bassista jazz ma qui apprezzabile vocalist soprattutto tra le folate rugginose e gli aciduli languori bossa di Truck. Non mancano altresì momenti interessanti, come gli spasmi fusion per tromba e chitarra che scompaginano la concrezione reggae/drum'n'bass di Bandiera, oppure la scontrosa electro bossa(now) splendidamente pettinata da chitarre classiche in Puxa saco.
Ma sono pagliuzze dorate nel bitume, servirebbe ben altro per sollevare la proposta dal suo circolo vizioso fatto di devozione a modi ed elementi di un passato ormai esausto. Non resta che prendere atto delle potenzialità di un "progetto" cui occorre ripensarsi.
(5.5/10)