Giunge all’ottavo anno di attività una delle più importanti rassegne italiane in ambito elettronico e non solo: in passato le scelte artistiche si sono spesso rivelate eclettiche, privilegiando musicisti originali che, pur muovendosi in territori talvolta impervi, sono stati altresì capaci di attirare grandi folle. Anche quest'anno Dissonanze è riuscita ad essere ben rappresentativa delle diverse e più recenti tendenze a livello internazionale, pur non disdegnando il giusto tributo nei confronti di maestri già da tempo divenuti classici.

L'alba di domenica mattina. Il cielo è chiaro e limpido. Scendo controvoglia la scalinata del Palazzo dei Congressi dell'Eur mentre Carl Craig spara gli ultimi colpi. Già mi sento invadere da una malinconica nostalgia. Oppongo resistenza. Mi accorgo di non voler tornare a casa. Tutto ha funzionato a meraviglia: organizzazione impeccabile, cornice architettonica strepitosa, una location spettacolare impreziosita da luci e visual sapientemente dosati e, soprattutto, un eccellente livello qualitativo della proposta artistica. Se volessimo trovare il pelo nell'uovo bisognerebbe parlare dei dieci euro che si devono scucire per un long drink: onestamente troppo.
Il mio personale tour de force viene inaugurato da Prefuse 73: Scott Herren sfodera la band e si lancia in pezzi di glitch-rock tirato e dalle strutture intricate che alla lunga rischiano di perdere in efficacia. Meglio quando lascia volteggiare nell'aria tiepida quelle frantumate ed incantevoli melodie, che imparammo ad amare proprio qui a Roma nel corso di una delle prime edizioni del festival.
Il consueto lavoro ritmico raffinatissimo e minimale su frequenze estreme, silenzio e rumore bianco di Ryoji Ikeda è entusiasmante per impatto e classe sopraffina, mentre la basilare sovrapposizione audio-video è assicurata dalla classica proiezione oscilloscopica alle sue spalle: uno dei migliori set dell'intera manifestazione, come nel 2001, all'epoca del progetto Cyclo insieme a Carsten Nicolai.
Giusto il tempo di lasciarmi calare dal dj set di Pinch nelle dilatate spazialità del dubstep, ed ecco arrivare sul palco gli attesi Cobblestone Jazz che, a dire il vero, paiono un po' troppo leggerini e scivolano via senza colpo ferire. Caribou, invece, il progetto di Daniel V. Snaith, fa una bella figura: con due batterie rinnova i concitati fasti percussivi all'unisono dei Manitoba, di cui è la naturale prosecuzione, ma in una declinazione maggiormente indie-songwriting psichedelica. Ottimi.
La sorpresa arriva dai No Age: il duo americano chitarra e batteria sforna un punk lo-fi grezzo e primigenio che, sotto la coltre di rumore, lascia sbocciare raffinatezze à la My Bloody Valentine. In chiusura attaccano Sex Beat dei Gun Club. Levo d'istinto i pugni al cielo. Commoventi.

Nel frattempo Switch incendia il dancefloor del Salone della Cultura con i suoi memorabili remix: quando parte quello di Bump degli Spank Rock è una festa. A ruota arrivano le truppe teutoniche: prima i Booka Shade, con il loro coinvolgente live electrohouse, che risulta assolutamente congeniale all'orario, e poi la cerebrale deep house di Loco Dice che si insinua dentro fino a permeare l'immenso salone trasudante. Sono ormai le 5 ed il livello di fattanza raggiunge un considerevole apice.
Sabato. Comincia un'altra nottata. Butto la testa dentro l'aula magna e avvisto i veterani Cluster immersi nel loro trip cosmico. Non li disturbo. Salgo sulla magnifica terrazza per The Bug alias Kevin Martin, importatore di sonorità industrial nell'hip hop e nella dancehall, che per l'occasione porta con sé anche due dei suoi mc ovvero Flowdan e Warrior Queen. Gli esiti sono alterni ma quando trova l'alchimia giusta è molto convincente.
Probabilmente l'evento più atteso è il nuovo progetto Brasilintime: sestetto delle meraviglie composto da un trio di manipolatori (Dj Nuts, J Rocc e Madlib) a far girare i piatti e da un trio di percussionisti batteristi (Ivan Mamao Conti, Joao Comanche Parayba e Tony Allen). La batucada e la samba incontrano l'hip hop ed il funk in infinite e tiratissime suites che trasformano le gradinate gremite della terrazza in una sorta di Maracanà esultante. Siamo in piena trance ritmica. Esperimento riuscito.
L'epilogo è affidato ai mostri sacri della techno di Detroit, la prima e la seconda generazione, Model 500 e Carl Craig, le cui raffinatezze ci accompagnano fino all'alba romana: con una tale colonna sonora ancor pulsante nelle orecchie, una passeggiata lungo i viali semideserti dell'Eur alle 6 di mattina può realmente costituire un'esperienza mistico-architettonica.