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Peter Shapiro – You Should Be Dancing. Biografia politica della discomusic (Kowalski, ottobre 2007)

di Gaspare Caliri
Il mondo della disco descritto da Peter Shapiro non è fonte retorica di nostalgia, ma un percorso serio, documentatissimo, colto e preciso, efficace e non monolitico.

Da questo You Should Be Dancing mi aspettavo delle cose ben precise: prima di tutto la magnificazione di un’eccellenza della disco, e soprattutto la creazione di una mitologia, come spesso accade in libri del genere - una di quelle mitologie sull’origine di qualcosa, condite con una storia gloriosa e un po’ nascosta, messe a punto per nobilitare il genere lascivo e a-colto per eccellenza. E invece no: il mondo descritto da Peter Shapiro non è fonte retorica di nostalgia, ma un percorso serio, documentatissimo (guardate la bibliografia), colto e preciso, efficace e non monolitico (si va dall’Hi-NRG ai mod, dalle situazioni più impertinenti fatte di “piacere intriso di senso di colpa vissuto negli sgabuzzini assieme alle tende in macramè” al pieno riconoscimento, venticinque anni dopo, nell’estabilishment) di uno scossone continuo di sederi che non lascia spazio al tempo del ricordo; la spiegazione sta proprio nel prendere sul serio, e nel modo meno banale possibile, il sottotitolo del libro, cioè Biografia politica della discomusic.

Shapiro ci fa innanzitutto capire in che senso quel mondo ambiguo e promiscuo di lustrini e divertimento possa essere politicamente attivo, se non addirittura sovversivo - non certo (o solo) verso l’amministrazione, ma verso il sistema sociale in cui si inserisce. La disco è politica perché lasciarsi andare vuol dire l’atto di negazione massima delle proibizioni deposte dalla gallina sociale; ed è politica proprio perché quello sfogo ormonale e musicale punta alla massima soddisfazione del desiderio non in un periodo qualunque, ma esattamente quando tutto, intorno, è decadente, povero, chiuso, bigotto, reazionario.

Il mito dell’origine pare riemergere inevitabilmente a proposito della provenienza della disco, che è la prima chiave su cui imperniare questo discorso. Quella provenienza è, come spesso accade per una controcultura, l’underground dei bassifondi, la situazione disagevole, disagiata, dissociata in certi casi dal mondo intorno. Questo ci insegna il libro, in due sensi: sia quello filologico che quello del senso comune, sia nelle origini che si reputano storicamente della disco (e cioè quei giovani tedeschi, che, in barba al totalitarismo imperante nazista, ballavano i dischi neri che un proto-dj faceva loro ascoltare di nascosto nelle cantine berlinesi), sia nelle sue origini, di dominio comune, presso la Grande Mela.

Fa specie vedere una Grande Mela così marcia, come quella descritta impeccabilmente all’inizio del libro, e a noi non può che ricordare la No New York. Ma la risposta della discomusic a tanta negatività è positiva, e in questo appunto sta forse la vera sovversione; niente nichilismo ma la faccia tosta di ostentare la felicità di uno spreco (in definitiva l’unico mito possibile), qual è quello di ballare sballati in mezzo ai mille problemi del mondo.

L’altro verso della faccenda è poi quel meccanismo che ha visto il machismo gay fare da contesto al perfezionamento della tecnica del djing – spiegata nel particolare e nel generale; e lungo tutto questo splendido libro, esaltante nel suo rigore, si dà a vedere la metafora vera della disco, il groove, che etimologicamente significa solco, quel solco che intaglia i vinili in profondità, che attraversa le nostre membra, almeno quarant’anni di musica.

  • Pagine: 431
  • Prezzo: 22