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Kiko – Slave Of My Mind (Different Records, 21 aprile 2008)

di Marco Braggion

Il suono di Kiko riprende molte delle lezioni dei Depeche Mode e dell’elettronica Novanta, attualizzandole con l’ambient che impazza ormai da tempo su traiettorie moroderdeep. L’operazione di retrospezione proposta in quest’ora di elettronica puntigliosamente progressiva, ondeggia tra ricordi che guardano alla trance nordica dei Vibrasphere (nella vibrante title track) a sonorità wave dark à la Duran Duran (So Time) e a tutto quel sogno electropop che ha marchiato a fuoco l’estetica nell’elettronica pailettara di quasi tre decenni fa.

Il viaggio del produttore francese passa continuamente tra questi due poli: dancefloor e malinconia, cassa in quattro deep e strumenti da combo pop. A ben vedere non possiamo che desiderare questo per ballare e muoverci in sicurezza. Sicurezza di una musica che non stupisce più, ma che punta su pochissimi particolari ad effetto: il panning fluidissimo ed esplosivo di Plaisir D’Etè, la classica cassa titillata dai filtri nella wave oscura di Preludia, l’omaggio al già citato Dave Gahan in So Time, le progressive cavalcate Novanta di 7 minutes e Ph-1, la citazione incrociata ai NIN e ai New Order in World End Rock Up.

Niente di nuovo, ma da questo album partiranno dei remix da paura, credeteci. Superproduzione e palette sonora fuori dalla norma. Ed Bangers, ricredetevi e cominciate a ballare anche la deep. Adepti del suono Röyksopp: potrebbe essere una rivelazione. Tutti gli altri lo sentiranno in modi diversi, ma sempre e comunque sottopelle. Il brivido sulle spiagge della decadenza deep sta qua. Tuffiamoci e sguazziamo nel maelstrom ancora una volta.(6.7/10)

 

  • progressive deep minimal
  1. Intro
  2. Slave Of My Mind
  3. Plaisir d'ètè
  4. Preludia 
  5. Shanel 78
  6. So Time
  7. Sunburn 
  8. 7 Minutes 
  9. Sciences Naturelles
  10. PH-1
  11. World End Rock Up
  12. Alone In The Dark