
Avevamo già visto all’opera Jasmina Guffond, come manipolatrice di patterns e drones nei Minit prima e negli Organ Eye dopo. Ora con questo suo primo disco solista abbiamo la possibilità di fare una conoscenza più approfondita della ragazza berlinese e quel che ne viene fuori è sicuramente un ritratto più intimo e personale. Messi da parte gli orpelli elettronici Jasmina imbraccia la sei corde con una convinzione e uno charme prettamente femminili per un disco di cantautorato folk che se pure non si eleva di molto al di sopra di un certo standard, colpisce a dovere quando si tratta di lavorare con gli arrangiamenti o con l’armonia vera e propria. Infatti, un certo gusto per la ripetizione, e per i drones, le rimane addosso anche qui. Jasmina tende a trattare gli arpeggi alla stessa maniera dei loop elettronici. Si veda Sister che si incastra meravigliosamente su un tappeto di arpeggi reiterati. Questo è un po’ il suo tratto distintivo. Certe ballate acustiche per sola chitarra e voce, con solo un filo di fisarmonica a fare da corredo non possono non ricordare la prima Chan Marshall o Diane Cluck e per certe cose anche Milenasong. Jasmina viaggia sulla stessa lunghezza d’onda, ma mettendoci un gusto e un umore prettamente europeo/decadente. Sit With Me e soprattutto Holy Holy Holy World sono elegie in minore, ieratiche e severe. Slow Walker fa convivere egregiamente piano e chitarra e poi finisce di nuovo con un pattern ripetuto alla maniera di Steve Reich. La voce spesso è solo un umore fantasma che si poggia sugli strumenti come polvere sugli abiti. E’ facile scommettere che questo rimanga uno dei dischi di cantautorato folk più intriganti dell’anno.
(7.1/10)