
Scopriamo le carte, che già da un po’ l’ha fatto pure lui: Madlib sta elaborando una pratica di finzione semi-seria. Dopo Beat-Conducta, dopo Yesterdays New Quintet, l’andazzo è chiarissimo; il suo intento è di lavorare sulla patina che controlla il tempo e i generi musicali, su una filologia (scorretta?) disinteressata al mimetismo, che arriva a essere quasi posticcia, sicuramente artificiosa.
Già dalla composizione del nome questo progetto dice molto; basta ricordarsi che Madlib è il moniker di Otis Jackson Jr; (quasi tutto) il resto lo fa la presenza, esplicitata, di Mamão, aka Ivan Conti, batterista degli Azymuth, un trio brasileiro di jazz-funk; Sujinho dei Jackson Conti è (di conseguenza?) un accompagnamento da loungebar di sincretismo chill-out che riesce a essere senza anima nonostante il calore e la complessità degli interventi – effetto abbastanza intenzionale, appunto, che pare deliberato.
L’intreccio dei moniker è insomma correlativo oggettivo della finzione di cui sopra, dell’interesse per la superficie, per il gusto del fare, il che poi significa, ovviamente, che la produzione si mette in posa.
Ci sono dei casi in cui lo scatto inquadra una stratificazione efficace, tutta percussiva (come la iniziale Mamaoism, potenziale manifesto, o Brasilian Sugar, con xilofono e altri tortoisate); oppure c’è caso che il lavoro in questa provetta sia sintomo della leggerezza serena che lascia dietro i problemi – modus operandi carioca, nel senso comune. Ma c’è un’altra ipotesi, e un dato personale. Il secondo è che la lunghezza del disco determina una stanchezza nell’ascolto – crepa numero uno. La prima è che questa volta forse Madlib è rimasto troppo affascinato dalla sua opera; tradisce la sua passione per il jazz latino, e ne segue che non può più essere scienziato tarantiniano della musica che cuce e produce – crepa numero due. Come recita il myspace, “Madlib loves Brasilian music”. Per un solo giorno, ma troppo lungo, come nel carnevale.
(6.0/10)