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The Gutter Twins - Saturnalia (Sub Pop, 4 marzo 2008)

di Stefano Solventi

Facciamo che non li abbiate mai sentiti nominare, questi due. Fa niente. Tempo pochi istanti e già capite da dove proviene questo turgore bieco, questa impetuosa lascivia: dal cuore dei Novanta ancora imbizzarriti dalle scudisciate del grunge, col fantino ormai disarcionato da un pezzo, liberi quindi di perdersi tra furori e sovraccarichi autoreferenziali, fino all'inevitabile cul de sac in cui l'uno s'è pressoché impantanato (Dulli con gli ultimi Afghan Whigs e malgrado i depistaggi Twilight Singers) e l'altro ha dribblato per aver scelto il sentiero meno in vista (il Lanegan solista), salvo poi svalutarsi collaborando con eccessiva gratuità (le luci e le ombre con QOTSA, Isobel Campbell, Soulsavers...). Eppure, a questi due crapulosi amiconi va il merito di non sottrarsi. Uniscono le forze ben sapendo che non può uscirne altro che un disco così, quindi evitano di fingere altro e compiono il misfatto fino in fondo.

Il risultato è prevedibile per non dire banale, sia stilisticamente (acida poltiglia blues-rock ammorbata soul, alternando i registri schivi - quando il pilota è Mark - a quelli psicolanguidi - col buon Greg sugli scudi) che per i suoni (watt granulosi, percussività tumida, violini spiritati, diversivi elettronici: un merge perfetto dell'ultimo periodo di entrambi). Cosa dire, allora? Che c'è una certa fierezza indomita in questo perpetuarsi di esausta vigoria. Che lì in mezzo tra gorghi ectoplasmatici e scapaccioni seventies (i Rainbows zombie di Circle The Fingers, le cisposità bitòlsiane di I Was In Love With You, una Idle Hands che sbava come un Kiss deteriorato, una Bête Noire dal passo cavernicolo come dei Fairport attizzati a Canned Heat) in fondo ti ci puoi trovare bene, a patto di mettere in conto il senso di suppurazione, di trafelato e laido orgasmo senile. E anche lo svacco, certo, come quando azzardano ibridi improbabili tipo gli Afghan incrociati Notwist (ah ah) di Each To Each.

Del resto, si fossero limitati ad un blues radente, minaccioso e senza guizzi come in Who Will Lead Us?, avrebbero probabilmente fatto la loro cosa dignitosa. Invece no, non si sono limitati al compitino. Hanno sbracato come vecchi baroni in un sussulto di passione e tracotanza. E per questo li rispetto. Come minimo.

(6.2/10)

 

  • rock
  1. The Stations
  2. God's Children
  3. All Misery/Flowers
  4. The Body
  5. Idle Hands
  6. Circle the Fringes
  7. Who Will Lead Us?
  8. Seven Stories Underground
  9. I Was in Love With You
  10. Bête Noire
  11. Each to Each
  12. Front Street