
Gionata, è bene dirlo subito, scrive musica che la ami o la detesti. Un cantautore che si rifà alla tradizione alternativa del pop italiano, quella che sintetizza spocchia e genialità manco fosse acqua fresca. Il suo nuovo disco, Daytona, è un lavoro con i guanti bianchi e la puzza sotto il naso. Magari l’intento era assolutamente l’opposto. Ma tant’è. L’elenco di ciò che è pop e ciò che non lo è (È Poco Pop), la parodia della ballata d’amore (Mi Ami?), il non sense come stile di vita e inno al cazzeggio (Non Calpestate Le Fate!): tutte trovate che, unite ad una vocalità melliflua come se avesse un serpente tra i denti, possono interessare al primo ascolto, annoiare al secondo e far innervosire al terzo.
E sarebbe anche un peccato, perché certe soluzioni a livello di arrangiamento (le citazioni discodance dello stesso È Poco Pop, le morbide melodie di Il Mondo Non Lo Sa, il punk-rock waveggiante di A Poco Da Qui) sono piccole primizie. Peccato che anneghino in un mare di banalità di cui avremmo fatto volentieri a meno. E va bene che il pacchiano sembra andare ormai di moda tra chi un tempo lo disprezzava fermamente. Ma forse è il caso di tenere la barra ferma su pochi principi di base. Giusto per la sopravvivenza della specie, la musica. Il voto, a questo punto, non può essere altro che una democristianissima sufficienza che tenga conto di idiosincrasie personali e opposti piaceri collettivi. Ma se pensate che Morgan abbia sdoganato il kitsch più di quanto gli era stato ragionevolmente concesso, allora abbassate pure il giudizio di un punto o due. (5.9/10)