
Strano ma vero che si tratti del primo “solo” di Gary Louris. Dopo le scorribande coi Jayhawks e la parata di stelle Golden Smog, si è finalmente deciso a incamminarsi in solitudine sui della tradizione americana come da più tempo fa l’ex compagno Mark Olson. Non cambia molto nel passaggio, perché si resta all’interno delle stesse sonorità appartenenti ai primi ‘70 che spaziano dal country vivificato di Gram Parsons (She Only Calls Me On Sundays) alle bucoliche narrazioni della Band (l’incastro strumentale e i cori - in cui figurano anche Susanna Hoffs e Andy Cabic - di Omaha Nights; la cadenza di una I Wanna Get High poi sfilacciata come farebbe un giovane Crosby), senza dimenticare l’intimismo in acustiche tinte dello Young più disteso e dei suoi compari californiani (la title track; una We’ll Get By trasportata dentro un’idea soul dell’Album Bianco.)
Una suggestione, quella lennoniana, che affiora più di tutto in una Black Grass situata a un passo e più da Jealous Guy quanto a timbrica vocale, arrangiamento cremoso e sviluppo armonico ascendente: uno scarto dalla strada maestra piacevole perché inatteso e ben architettato, che non ti aspetti di trovare (tutt’al più una citazione dei Rolling Stones, che però non arriva mai nonostante il gospel sparso ovunque) dentro un’opera prodotta - con adeguato senso della misura e conoscenza profonda della materia - dal Corvo Nero Chris Robinson. Un valente artigiano, Louris, uno di quegli spiriti enciclopedici cui manca la capacità aurea di Jeff Tweedy (puntualmente chiamato in causa dall’alato scintillio di Meandering) a spingersi oltre il semplice recupero della memoria; uno che si ferma a mezzo metro dal rischio preferendo lo scorrere di rassicuranti pellicole, splendide e con tutto ciò un po’ usurate. Quell’attitudine sincretica che permette a ogni decennio l’evoluzione del canone attraverso piccoli aggiustamenti che dirai in futuro esser stati passi significativi. Pare di intuirla a tratti, ad esempio nel piano sciolto del country-gospel To Die A Happy Man, ma potrebbe essere solo un miraggio creato dal tepore di un mistero confortevole che continua a lasciarsi ascoltare, pur giocando di retroguardia. Dov’è il trucco, Gary?
(7.0/10)