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The Cave Singers – Invitation Song (Matador / Self, 15 febbraio 2008)

di Marco Canepari

Avevano forse bisogno di liberarsi dai loro nomi i Cave Singers. Derek Fudesco, bassista dei Pretty Girls Makes Graves, Pete Quirk, voce degli Hint Hint e Marty Lund alla chitarra nei Cobra Hide, cercavano un modo per completarsi, per svelare un’anima ben differente da quella mostrata nei loro gruppi d’origine. Ed è così che dall’indie ruvido suonato dal primo, dal punk del secondo e dal prog del terzo, i Nostri finiscono col comporre un album quasi agli antipodi. Ballate folk, tracce country, echi “post”. Un album che sorprende per intensità e finitezza. I primi ascolti rivelano un continuum d’intenti. Sembra le tracce si susseguano senza stacchi, protraendosi in maniera disinvolta, naturale. La voce nasale e tremolante di Pete Quirk (impossibile non ricordare Lindsey Buckingham) sarà la più evidente impronta lasciata dall’album (quasi straziante nella lamentosa Helen). Ma è la chitarra acustica che, sin dalle prime note, dona quel senso di pacatezza e calore, che s’adatta a sottofondo ambientale di tutto il lavoro (indispensabile in Seeds Of Night e Elephant Clouds). Gli arrangiamenti sono moderato e armonioso completamento. Non alterando quel sentore d’essenziale che impreziosisce alcune tracce (New Monument e Called su tutte), accostano irrinunciabili peculiarità da traditional americano: voci lontane, acuti d’armonica, sonagli e tamburelli. Non è un caso se gran parte del recente folk a stelle e strisce provenga dal vertice della west coast, da quella Seattle umida e uggiosa, ancora capace d’influenzare i caratteri rendendoli foschi e introspettivi.

(6.8/10)

 

  • folk-rock
  1. Seeds Of Night
  2. Helen
  3. Dancing On Our Graves
  4. Cold Eye
  5. Royal Lawns
  6. Elephant Clouds
  7. New Monuments
  8. Oh Christine
  9. Bricks Of Our Home
  10. Called