
Avevano forse bisogno di liberarsi dai loro nomi i Cave Singers. Derek Fudesco, bassista dei Pretty Girls Makes Graves, Pete Quirk, voce degli Hint Hint e Marty Lund alla chitarra nei Cobra Hide, cercavano un modo per completarsi, per svelare un’anima ben differente da quella mostrata nei loro gruppi d’origine. Ed è così che dall’indie ruvido suonato dal primo, dal punk del secondo e dal prog del terzo, i Nostri finiscono col comporre un album quasi agli antipodi. Ballate folk, tracce country, echi “post”. Un album che sorprende per intensità e finitezza. I primi ascolti rivelano un continuum d’intenti. Sembra le tracce si susseguano senza stacchi, protraendosi in maniera disinvolta, naturale. La voce nasale e tremolante di Pete Quirk (impossibile non ricordare Lindsey Buckingham) sarà la più evidente impronta lasciata dall’album (quasi straziante nella lamentosa Helen). Ma è la chitarra acustica che, sin dalle prime note, dona quel senso di pacatezza e calore, che s’adatta a sottofondo ambientale di tutto il lavoro (indispensabile in Seeds Of Night e Elephant Clouds). Gli arrangiamenti sono moderato e armonioso completamento. Non alterando quel sentore d’essenziale che impreziosisce alcune tracce (New Monument e Called su tutte), accostano irrinunciabili peculiarità da traditional americano: voci lontane, acuti d’armonica, sonagli e tamburelli. Non è un caso se gran parte del recente folk a stelle e strisce provenga dal vertice della west coast, da quella Seattle umida e uggiosa, ancora capace d’influenzare i caratteri rendendoli foschi e introspettivi.
(6.8/10)