
Eccola, la prova del nove. Il quartetto capitolino ha mantenuto le promesse dell’esordio su cd-r (recensito nel 2005 in demo) e ha superato le migliori aspettative. Si prova un senso di stupore ascoltando questa dozzina di canzoni che provocheranno l’invidia dei numerosi epigoni dell’indie rock internazionale.
Con Magic Powers i Cat Claws hanno rielaborato lo stile, le idee, i refrain propri di Breeders e Pixies, riuscendo a non cadere nella trappola del tributo privo di personalità.
Si tratta di un equilibrio difficile da mantenere, eppure la band tiene fede al proprio ideale di rock song, che potremmo riassumere così: una manciata di riff incisivi, melodie graffianti (del resto sono felini), drumming privo di sbavature e cantato sornione. Diversi i nomi che vengono in mente ascoltando il disco a più riprese, ma nessuno diviene ingombrante, né tantomeno consente di catalogare i Cat Claws come derivativi. Merito anche alla produzione di Francesco Donadello dei Giardini Di Mirò, che ha reso l’album molto compatto e privo di lungaggini che avrebbero diluito l’impatto complessivo.
Gli anni ’90 non sono trascorsi invano per il giovane gruppo romano, lo s’intuisce da episodi come la strascicata Blues o l’irrefrenabile Bob, che sembrano provenire da Last Splash, o ancora Love Is Dumb, che ricorda i migliori e meno noti Elastica (quelli più frizzanti di The Menace, per intenderci).
Il piatto forte dei Cat Claws, tuttavia, è quello del noise pop in salsa sonicyouthiana, masticato ed assorbito tanto da far suonare la title track come l’anello mancante fra Evol e Daydream Nation, che ignora una parte del percorso della Gioventù Sonica per imboccarne un altro, meno battuto.
Un disco consigliato non solo ai fan del genere, che catapulta la band tra i nomi caldi del 2008. Speriamo che non perdano il pelo. (7.8/10)