
Sul terreno spesso equivoco della "nuova musica popolare", minacciata dalle scivolose derive dell'indulgenza e dalla sindrome da profeta in patria, il siracusano Carlo Muratori è uno che proficuamente cammina anzi "costruisce" da parecchi anni. Nel suo cospicuo passato (una decina di dischi) si ravvisano collaborazioni con certi soliti noti quali Daniele Sepe e Riccardo Tesi, ma soprattutto un'attitudine al meticciato elettrico, vizietto rock capace di concessioni jazz e pop, insomma un vibrare moderno che ancora oggi avverti sotto la trama mediterraneo-tradizionalista di cui si struttura l'ultima fatica La padrona del giardino.
Disco che sarebbe non bello ma meraviglioso a partire dalla copertina, un quadro del macchiaiolo Silvestro Lega il cui titolo è lo stesso dell'album. Lo sarebbe, già, se i pezzi si mantenessero sul (o non si discostassero troppo dal) livello di 'Mpare (con quella fisarmonica che soffia come un libeccio), Stranu amuri (romanza siculo-francese a base d'archi che rivanga il Battiato in bilico tra Fisiognomica e Fleurs), Assah riri (col suo tepore-torpore-calore mediorientale) e soprattutto L'amore che beve, stopposo languore folk-jazz che puoi sentirci Cohen, Traffic, Fossati, De André, il tutto arricchito dallo splendido bansuri di Giancarlo Parisi.
Purtroppo però capitano passaggi cui fatichi a concedere troppo credito, dalle didascaliche Cantari cantarie Il tamburo alla semplicistica Il sipario passando per l'evitabilissima autocelebrazione di Fabbrico. Diverso il discorso riguardo a Nassiriya, emblematica circa la difficoltà a conciliare genuina commozione e retorica strisciante. Detto questo, il disco è nel complesso apprezzabile, suonato con misura, ricercatezza, passione.
(6.4/10)