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Bob Mould – District Line (Beggars Banquet / Self, 15 febbraio 2008)

di Giancarlo Turra

Un’impresa titanica “essere Bob Mould”, ne siamo certi. Qualsiasi cosa tu possa, persino un grandissimo disco o addirittura un capolavoro, la nostalgia canaglia obbligherà chiunque a far i conti con un’epopea splendida e chiusasi tra i veleni più di due decenni or sono. Eppure ha elargito parecchio di buono, l’ex Hüsker Dü, in special modo la coppia di primi due album a suo nome coi quali rinasceva songwriter parente modernizzato di Richard Thompson, per non direi di quegli Sugar coi quali tornava ad accoppiare volumi e melodie. Il tempo, però, trascorre inesorabile e il problema non è l’invecchiare in sé: è il come gli anni trascorrono addosso a sigillare la differenza. Bob ha ogni diritto di sperimentare cose per lui inedite come va infatti facendo da un bel po’ ma, se il passaggio da un’identità all’altra fallisce, i dischi simbolizzano incertezza e smarrimento. A maggior ragione per un’individualità artistica fortemente connotata come la sua, la buona volontà non basta.
Sembra arrancare stanco Mould, nonostante il nuovo contratto discografico e l’ispirazione di una Washington D.C. eletta a dimora da un lustro in qua: nonostante ci sia Brendan Canty a coordinare, ascolti un vagabondare tra elettronica che insegue la danza e le sfumature ma risulta bolsa e invadente, provi a ignorare i vocoder invadenti e nefasti per accontentarti dell’emo pop (afferrando nel contempo la radice di certi Sensefield nelle discrete Stupid Now e Very Temporary). La voce resta per fortuna quella di sempre, meno furibonda e più confessionale pur nell’immediata riconoscibilità, tuttavia non redime arrangiamenti incerti e calligrafia da pilota automatico. Non un caso allora che a salvare l’album dalla disfatta completa siano gli sprazzi di lucidità mostrati nelle meste Walls In Time e Again And Again, impreziosite dal violoncello di Amy Domingues, laddove i rari momenti nei quali la dinamica di pieni e vuoti emotivi è gestita con mestiere (Return to Dust, Who Needs To Dream) aumentano solo il rammarico. Il fatto è che troppo spesso ti scopri a ricordare una Musica che spaccava in due il cielo e ti gettava nel buco di incognite eccitanti che era rimasto. A prescindere dai confronti con l’oggi, sia chiaro, come dal fatto che le persone diventano vecchie e sarebbe meglio non venirlo a sapere.

(5.5/10)

 

  • indie-songwriter
  1. Stupid Now
  2. Who Needs To Dream
  3. Again And Again
  4. Old Highs, New Lows
  5. Return To Dust
  6. The Silence Between Us
  7. Shelter Me
  8. Very Temporary
  9. Miniature Parade
  10. Walls In Time