
Non sono tra i preferiti di Pitchfork, questi tre newyorchesi, e già di per sé sarebbe cosa buona e giusta. Ad essere ruffiani lo sono e tanto, ascoltati i suoni provenienti da questo secondo album. Forse è solo una questione di antipatia personale, quella che ha portato la bibbia dell’underground-web (!!!) a bocciare Sleep Forever. Sia come sia, resta la musica, quanto mai varia. Essenzialmente strumentale, senza precisi punti di riferimento, ondivaga e etimologicamente eccentrica rispetto ai del rock indie attuale. Molto grande mela, tra rigurgiti psych e sensibilità da spaccalegna noise-rock, rievocazioni strutturalmente shoegaze ed elaborazioni post-rock acide, epic-free e bignamizzate, distopie post-punk e rifferama hard portato all’eccesso.
Nulla di eccelso, ma se consideriamo almeno un paio di pezzi che, citazionisti e derivativi quanto si vuole, restano incollati al primo ascolto (una Pinkies al guado tra reminiscenze Husker Du e shoegaze rumoroso; una Big Blood celestiale e feroce) ecco fatto un gran bel dischetto. Senza presunzione né stravaganze arty, ma con molta energia.
(6.5/10)