
Big Dipper, chi erano costoro? Presto detto: una delle tante formazioni che, alla fine degli Ottanta, si trovarono prese nel mezzo di un underground prossimo a sfondare e il mainstream, non ancora ricettivo a sufficienza da premiarli. Come il proverbiale asino, restarono schiacciati dal dilemma, dimenticati e - dopo regolare ricorso storico - tirati fuori dall’armadio. Ha un senso che a occuparsene sia la Merge, etichetta che su saldi equilibri rock “indie” ha edificato la propria credibilità. In questo generoso e ben curato box, contente quel che merita l’ascolto e una manciata d’inediti non male, ci si muove dentro al fragrante pop chitarristico di un ventennio e rotti fa, capace di rifarsi ai sixties come alla new wave ed essere infine impreziosito dall’approccio “power” che gli americani non perdono fortunatamente mai.
Provenivano da una delle più fulgide scene di provincia, i Big Dipper, dalla Boston a lungo fucina di gruppi rock grazie alle università e il rilassato tenore di vita. Nondimeno, all’ascolto, avresti etichettata come britannica o tutt’al più australiana, la provenienza del chitarrista Gary Waleik, di Steve Michener (basso, ex Volcano Suns) e del batterista Jeff, laddove il cantante Bill Goffrier si era trasferito dal Kansas. Fattisi le ossa con la solita trafila dei gruppi statunitensi, pubblicarono un EP nell’87, Boo-Boo, registrato nei presto famosi Fort Apache Studios di Paul Kolderie. Buon antipasto che segnala la potenza collegiale di Faith Healer - poi rifatta dalle Shonen Knife - e un resto gustoso che farebbe ora come allora furore in Gran Bretagna, tra tardi Bunnymen e arpeggi Sarah/Creation. Buona a suo tempo l’accoglienza, dunque lo segue nello stesso anno il debutto a 33 per la prestigiosa Homestead, Heavens, loro cosa migliore e buon esempio di raffinatezze partecipate ed eleganti (She's Fetching, All Going Out Together), azzeccati calchi Go Betweens (Loch Ness Monster, When Men Were Trains, Ancers), capriole vagamente roots (Wet Weekend, Man O’ War) e fiammate post paisley (Lunar Module, Humason).
In barba a quelle piccole gemme che hanno conservato la loro moderata luminosità, il disco non va da nessuna parte commercialmente, e il susseguente sforzo di rendersi più potabili li spezza in due. Craps, edito sempre da Homestead, segna l’anno seguente un passo indietro nella scrittura, pur offrendo momenti piacevoli soprattutto nei tempi medi folk-pop Bonnie e Semjàse. Ci sarà ancora spazio per un lp su Epic nel 1990 (Slam: qui non contenuto), gonfio e tronfio tracollo che sigilla lo scioglimento e la sparizione dei bostoniani. Gradevole senza eccessi, il loro suono rimane melanconicamente intimista malgrado le impennate, in tal modo spargendo un pugno di sementi “emo” che daranno vita a piantine come Get Up Kids e Cursive (eccoli, gli Smiths capaci di flettere i muscoli mentre i Jawbreaker sono dietro l’angolo ad accordare gli strumenti). Sfortunati, i Big Dipper ma non dei talenti d’eccezione: facendo media e scontando quel po’ di nostalgia canaglia, l’operazione strappa il voto d’archivista benevolo che trovate in calce. Con un certo merito, oltretutto.
(6.9/10)