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Baltic Fleet – Baltic Fleet (Blow Up / Family Affair, 25 febbraio 2008)

di Andrea Provinciali

Non male questo debutto dei Baltic Fleet, ovvero dell’inglese Paul Fleming, unico titolare del progetto. Si sente, eccome, che il Nostro ha accompagnato gli Echo And The Bunnymen in un tour mondiale suonando le tastiere. La matrice new wave, infatti, risulta essere la vera e propria base su cui si ergono tutti e tredici i brani strumentali messi insieme per l’occasione. Le prime due canzoni – esclusion fatta per l’intro iniziale -, Black Lunge e il singolo 3 Dollar Dress, ci trasportano in ritmi cadenzati e basso pulsante alla stregua dei Joy Division, ma sorretti principalmente da un’elettronica notturna e minimale. Fleming fa tutto con laptop e pochi altri strumenti tradizionali. Ben presto, infatti, quella fisicità emersa negli episodi citati lascia il posto ad un più etereo flusso digitale vicino ora a certi ricami del primo Dj Shadow, ora a fluorescenti bagliori boreali degli Album Leaf.

È infatti una certa predilezione per malinconie sigurossiane a intessere i brani più riusciti dell’album, donando al loro spiegarsi una forte emozionalità cinematica. Ascoltare 48 Hour Drive (Boston), Red Skies And Factories e To Chicago (sono addirittura i Boards Of Canada ad esser evocati) è come essere risucchiati tra scivolose e saettanti scie luminose di una metropoli notturna, che, accarezzandola artificialmente, rendono languide e nostalgiche le sue strade. Non tutti i brani riescono in ciò, ma l’eterogeneità che li contraddistingue, tra dilatazioni e spigolosità sonore, non appesantisce mai l’ascolto rendendo Baltic Fleet un album interessante. Un intenso viaggio artificiale nel cuore della città da abbandonare un secondo prima dell’alba.

(6.7/10)

 

  • elettro new wave
  1. Baltic Intro
  2. Black Lounge
  3. 3 Dollar Dress
  4. Castellon Theme
  5. 48 Hour Drive ( Boston)
  6. Reykjavik Promise
  7. Pebble Shore
  8. Double Door
  9. Red Skies And Factories
  10. Hammer Blow
  11. Berlin 8mm Deep
  12. To Chicago
  13. The Design