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Atmosphere – When Life Gives You Lemons, You Paint That Shit Gold (Rhymesayers, 22 aprile 2008)

di Daniele Follero

Il titolo è già tutto un programma, così come il digipack, dorato da far male agli occhi. Potrebbe risultare pacchiano, ma anche raffinato, rozzo, ma anche minimale. Il sesto album in studio del duo di Minneapolis (che segue a distanza di tre anni il suo predecessore You Can't Imagine How Much Fun We're Having), pubblicato con la propria etichetta (la Rhymesayers), parla inequivocabilmente la lingua dell’hip hop, con tutti i suoi pregi e difetti, niente di più e niente di meno. Non ci si aspetti innovazioni radicali, qui l’attitudine è inequivocabilmente black (ma i due sono pallidi come il latte), anche se se siamo ben lontani dal semplice bass’n’rhymes “da combattimento”. Qui la ricerca musicale è raffinata e la scelta degli strumentisti parla da sola: basso elettrico, synth, tastiere, batteria “live”, chitarre, percussioni e pianoforte. Una varietà di strumenti che da sola permette già un’ampia gamma di soluzioni timbriche. Se a questo si aggiunge un eclettismo compositivo capace di saltellare da un genere all’altro con disinvoltura, si riesce ad avere un quadro chiaro di ciò che ci si potrebbe aspettare ad un primo ascolto.

Sean “Slug” Daley e Anthony “Ant” Davis si misurano, senza preconcetti, con musiche diverse, senza lasciare che le influenze “esterne” possano in alcun modo scardinare la solida struttura hip hop, tenuta in piedi da un rapping oldskool caldo e melodico e dagli inconfondibili beats. Anche quando la musica viaggia verso i territori del funk-rock di Guarantees o verso i paesaggi sonori dei Pink Floyd di Meddle (la bellissima Painting); o si immerge nelle liquide atmosfere dell’electro psichedelica (The Skinny; Shoulda Know), nella soul dance di Wild Wild Horses e in schizzetti di pianismo chopiniano messi in loop (Like The Rest Of Us), non perde mai il suo groove caratteristico. Ma se la vocazione alla contaminazione spregiudicata è caratteristica propria di tutto l’album, non si può dire lo stesso della qualità dei risultati. La vena (troppo) spiccata per i ritornelli, che forse ha contribuito a fargli raggiungere il quinto posto delle chart di Billboard, non sempre riesce a dare manforte ai validissimi arrangiamenti, costringendo idee fluide nelle strette maglie della forma canzone. E se non fosse tutto oro quello che luccica?

(6.8/10)

 

  • hip hop
  1. Like the Rest of Us
  2. Puppets
  3. The Skinny
  4. Dreamer
  5. Shoulda Known
  6. You
  7. Painting
  8. Your Glass House
  9. Yesterday
  10. Guarantees
  11. Me
  12. Wild Wild Horses
  13. Can't Break
  14. The Waitress
  15. In Her Music Box