
Bei personaggi quelli della Viper di Liverpool, discografici curiosi e attenti sia alla riscoperta di gemme perdute che alla promozione di incoraggianti talenti. Tra un fresco Chris Elliot e un Beefheart colto dal vivo sui palchi d’America, i Nostri hanno messo mano ad alcune raccolte a tema, assemblate con gusto spigliato, ironia e adeguata conoscenza della materia. Tre per l’esattezza, dedicate all’elogio della bottiglia (Lets Get Drunk Again), alle gioie del fumo da noi illegale (The Ultimate 30’s & 40’s Reefer Songs) e alla protesta (Protest! American Protest Songs); puro “rock and roll” nello spirito, non fosse che si scavava ancora prima, nelle vene di quel “prewar” che ne una delle origini tanto per la musica che per lo “stile di vita”. Tanto per dire che gli eccessi di Robert Johnson o un Johnny Cash raccontano dei perdenti senza retorica o romanticismo; uomini autentici, non sensazionalistiche macchiette prive di talento. Logico pertanto il concludersi dell’ipotetica tetralogia con questo disco, composto da brani che ruotano attorno alla prigione.
Poco il materiale risaputo eppure inevitabile (appunto la Folsom Prison Blues dell’Uomo In Nero; Parchman Farm Blues: a firma Bukka White e straclassico ripreso infinite volte; la In The Jailhouse Now del “singin’ brakeman” Jimmie Rogers dritta da Fratello, dove sei?) e ampio lo spettro che - come chiarisce il sottotitolo - spazia dagli anticipi della Depressione fino all’esplosione del rock and roll primigenio. Da studiare per capire che cosa davvero certa musica rappresenta e per approfondire il rapporto che la lega a filo doppio con la sofferenza ancor prima del vizio, in un taglio trasversale lungo epoche e generi che sono le fondamenta della più parte di quanto ascoltiamo da decenni. Lo esemplifica alla perfezione il contenuto di quest’ora, ribalda e tautologica, languida e immaginifica, sensuale e sfacciata a dispetto delle tematiche poco ottimistiche trattate. Roba che stenti a credere abbia tra le sessanta e le cinquanta primavere, a prescindere dai revival cui è ciclicamente soggetta, perché dal cuore dell’ “underground” sociale di allora ti sbatte davanti l’evidenza di quanto poco sia cambiato, e se lo ha fatto è stato senz’altro in peggio.
(7.8/10)