
Negli anni ’70 la Svezia era un po’ la terra per eccellenza della cosiddetta sexploitation. In altre parole la cinematografia soft-core, che proprio in questa nazione, all’epoca, produceva film manifesto come l’indimenticabile Inga di Joe Sarno. Ora come ora, Svezia sta diventando sempre più sinonimo di pop obliquo e d’autore. Jens Lekman ? Si, signore. El Perro Del Mar? Ovvio. Wildbirds & Peacedrums? Certamente, anche loro. Il duo in questione si compone di un’ugola raffinatissima e un batterista smaliziato quanto basta. Si chiamano Mariam Wallentin (l’ugola) e Andrea Werliin (il batterista) e si dedicano ad un forma sofisticata e molto minimal di pop song d’autore. Possono ricordare un po’ i nostri Camusi. Vuoi per la struttura vera e propria della line-up, vuoi per l’approccio più che erudito della cantante. Rispetto a loro però, Wildbirds & Peacedrums sono molto più compassati e formalmente preoccupati di andar dietro alle melodie eteree. Strumentalmente lavorano di sottrazione come Hugo Largo o Young People: due corde di zither per Pony e Lost Love ; la batteria per la maggior parte dei brani, vedi The Way Things Go e Bird; un glockenspiel per A Story From A Chair. Non stupisce certo che a tratti la musica del duo non sia altro che la voce di Mariam che canta quasi a cappella. I due hanno raccolto consensi di critica un po’ ovunque e in Svezia sembra che abbiano anche un discreto successo. Per molti aspetti sono ancora acerbi, ma da qui ad un lavoro rifinito e sistemato sotto ogni punto di vista potrebbe volerci davvero poco.
(7.0/10)