
A distanza di poco più di due anni dalla prima uscita (Psicopatologia Del Serial Killer degli Skrunch di Francesco Cusa) Improvvisatore Involontario ha oltrepassato ampiamente lo status di “giovane promessa” tra le label italiane, meritandosi già ampiamente il ruolo di realtà di alto livello nel panorama jazzistico contemporaneo, e non solo nostrano.
Il progressivo miglioramento delle proposte messe sul tavolo dall’etichetta potrà essere anche un caso fortunato e fortuito, limitato all’entusiasmo della prima decina di uscite, ma ci piace pensare che non sia così e abbiamo elementi sufficienti per sostenere il contrario. Il progetto di Cusa e soci è ambizioso e coerente, nella sua volontà di mettere assieme la crème del jazz indipendente, trasformando la label in una casa comune e libera nella quale ciascuno, con il suo bagaglio d’esperienza, prova a suo modo a mettere il piede oltre la ormai secolare tradizione jazzistica, senza mai uscirne completamente.
Se già i lavori precedenti lasciavano presagire questo “superamento di sé stessi”, il tentativo di creare una nuova scuola italiana dell’improvvisazione, con il lavoro della “congregazione” del trombettista Riccardo Pittau, può dirsi più che soddisfacentemente realizzato. V IV MMV Death Jazz, registrazione di una performance improvvisata del 5 aprile 2005, dietro una maschera simpaticamente ammiccante all’esoterismo, nasconde ciò che probabilmente è il meglio (o se non proprio tutto il meglio, siamo lì, in questo caso gli esclusivismi ci interessano poco) del giovane jazz sperimentale nostrano. Basterebbe, come garanzia, il solo nome di Paolo Angeli, sardo, anche lui, come Cusa, trapiantato a Bologna per frequentare il DAMS, la cui chitarra sarda “preparata” rappresenta il simbolo di un nuovo modo di intendere la musica che fa i conti con le tradizioni del passato dopo aver digerito gli insegnamenti delle avanguardie (che sia lui il vero post-moderno?). Ma il cast d’eccezione va oltre e arriva a comprendere anche il sax braxtoniano di Gianni Gebbia, la batteria dell’onnipresente Cusa e il basso elettrico e il theremin di Vincenzo Vasi.
Se i musicisti, presi singolarmente, rappresentano già di per sé un notevole peso specifico, il quintetto riesce perfettamente ad amalgamare queste forti individualità. Come dire che la somma è più alta dell’insieme degli addendi. Più di un’ora di musica che, pur essendo facilmente classificabile come jazz, esplora, fino alla saturazione, tutte le possibilità e combinazioni timbriche che la varietà degli strumenti impiegati permette. L’impronta degli Electric Five di Rava è solo un indizio, anche se importante, del sound risultante dalle capacità d’intesa dei cinque musicisti, che senza troppe preoccupazioni arrivano perfino a sconfinare, un po’ per gioco, un po’ per voglia di sperimentare, nel campo del metal estremo (Deep Hate), subito prima di concludere l’interessante esperienza con un boogie acidissimo e distorto a metà tra Captain Beefheart e i Canned Heat (B Folk). Tutto il disco, dalla prima all’ultima nota, è un fiume in piena, una valanga di sorprese che si insinuano tra i trasformismi chitarristici di Angeli e Vasi (che in alcuni brani mette in mostra anche la sua voce alla Mike Patton), i rumorismi di Cusa e Gebbia e la poesia della tromba di Pittau, che, nonostante tutto, riesce ancora a suonare incredibilmente cool.
(8.0/10)