
Cominciano a venire davvero a noia tutti questi strambi a comando. Il qui presente Quinn Walker è solo l’ultimo di una folla e non sarebbe nemmeno il peggiore sul piano strettamente musicale, ma la ramanzina con qualcuno dovremo pur iniziarla? E’ evidente che ci troviamo sullo stesso territorio degli Animal Collective. Quinn Walker è un ragazzone di Brooklyn abile e smaliziato che traffica con quel tipo di pop lisergico lì, trova un filo conduttore con eccentrici country come Tiny Tim e affoga tutto nella melassa più drogata e pop dei Flaming Lips. Un guazzabuglio ne converrete. Ma non è nemmeno questo il problema. Le canzoni di Quinn Walker sono come le caramelle, una tira l’altra e in men che non si dica ti sei ascoltato tutti e due i dischi (perché il Nostro esordisce addirittura con un doppio album!). Certi numeri sono ben costruiti. Il country pop alla Sufjan Stevens di Chicken Wire; il folk da luna park degli orrori con i pagliacci cattivi stile IT di Baby Neon; il gospel doo-wop per la messa di Natale della Chiesa Battista con un padre nero che fa sicuramente Jackson di cognome in I Know How To Be Alone; un country scemo e ebete che fa il verso a Bowie in I’d Like To Take a Picture; quella follia bubblegum pop di Rita Lolita… ma ero partito che lo volevo cazziare e Quinn Walker mi ha portato sul suo terreno, fatto di colori, coretti idioti, personaggi da comics, re del pop corn e gomme da masticare che prendono vita… un territorio dove vince a mani basse. Il punto critico è che debuttare con un doppio album è davvero troppoal giorno d’oggi. Per di più sull’etichetta della signorina Coco-rosie. Non mi faccio ingannare. Si sente puzza di hype costruita a tavolino, da lontano un miglio, ma intanto continuo a sentire. C’è davvero la malìa cattiva degli zuccheri. Non puoi fare a meno di ascoltare e di mandare giù una canzone dopo l’altra. Quinn Walker maledetto. Promosso in extremis, ma solo perché sono un goloso allo stadio terminale.
(7.0/10)