
Poco o nulla si sa sulla signorina Lyons, a parte che il suo disco restò episodio isolato e lei un mistero venuto salito su dal sud, Louisiana per la precisione. Sparì infatti dopo aver dato alle stampe questo Soul Fever , nonostante l’interesse di James Brown che - per tramite della più piccola Deluxe - le offrì una chance presso la King. Schiacciato dai rivolgimenti di un memorabile 1970, l’album passò pressoché inosservato e per questo motivo i collezionisti se lo combattevano fino a ieri l’altro a prezzi mica male. Prima di tagliare tale traguardo, Marie fece apprendistato nella band di King Curtis e, lungo tutti i Sessanta, prestò la voce a Jackie Wilson , Coasters e a nientemeno che Jerry Lee Lewis . Questo prima di approdare alla corte del Godfather Of Soul, pubblicare questo trentatre giri e far perdere a tutt’oggi le proprie tracce.
Eppure: malgrado il culto, Marie Queenie era lungi dal poter entrare nel novero delle “funky divas” alla corte di Brown (Vicki Anderson , Marva Whitney , Lyn Collins : grandi e mai abbastanza lodate). A madama Lyons mancavano duttilità interpretativa e fraseggio eclettico, sopperiti in parte dalla grinta e dal dinamismo che sgorgano copiosi da Your Key Don’t Fit No More, I Want My Freedom e dall’accorata Try Me. Sapeva padroneggiare i fondamentali, come altrove chiariscono il sensuoso fluttuare di See And Don’t See e una straclassica Fever rutilante d’ottoni e ammiccamenti, ma non era in grado di piazzare la zampata per via dell’eccessiva fedeltà alla linea; ci voleva ben altra personalità per dare lustro a una scaletta invero non esattamente memorabile al di là del già descritto, ondivaga e in alcuni frangenti gravata da arrangiamenti che rispediscono un sapore di cartolina (la saltellante Daddy's House; i velluti di You Used Me). Da trovarsi qui, allora, le ragioni dell’immediata caduta nel dimenticatoio, e chi può dire dove sarebbe potuta arrivare la ragazza se avesse deciso di tener duro. Così non fu, tuttavia, e nel giudicarla dobbiamo tenerne conto.
(6.7/10)