
Non è una novità che dall’Australia si parta alla scoperta dell’America (e dell’Americana, inteso come genere). Deserto chiama deserto. Simon Bonney, ex leader dei Crime & The City Solution, nel 1996 ha sfiorato il capolavoro con Everyman, andando a ripercorrere le strade di Johnny Cash e Danny O’Keefe.
I Triffids cantavano un deserto dell’anima, che conoscevano troppo bene, abbastanza per guidare l’ascoltatore a perdersi con loro. I Kill Devil Hills, band di Fremantle – Australia occidentale – guidata da Brendon Humphries, riescono invece solo a riproporre un America fatta di stereotipi. L’alt-country è un genere ormai talmente ipercodificato e risaputo che la linea tra pastiche e parodia si è fatta sottilissima. Il tono plumbeo di The Drought (registrato tra il 2005 e il 2006 e solo ora distribuito in Italia) e la totale mancanza di ironia ci assicurano che non si tratta di una presa in giro, anche se, luogo comune dopo luogo comune, il sospetto viene. La valigia è sempre piena di diavoli, le città sono piccole e sporche, i viaggi sono senza ritorno, la testa è piena di alcol e coca, non esiste più la mezza stagione.
A Willie Vlautin dei Richmond Fontaine possiamo credere, anche quando racconta per la centesima volta la stessa storia ispirata da Carver e da McCharty. A Humphries no. Non è una questione di nazionalità. È che tutto è forzato, falso, teso alla ricerca dell’effetto. La musica è prevedibile quanto le parole, In I Wonder If She’s Thinking Of Me gli strumenti si arrampicano in cerca di un climax, ma non hanno una canzone alla quale appoggiarsi. il violino onnipresente di Alex Archer non regala personalità alla band, dà giusto un po’ di fastidio. Quando poi Humphries spoglia i brani per fingersi lo Springsteen di Nebraska, la noia si fa micidiale. Va meglio quando si prepara per le Olimpiadi degli imitatori di Nick Cave, specialità Raptus Omicida (Did I Damage You?) e Frenesia Petulante (The Dog’s Of War). È l’apertura dell’album: siamo in territorio arcinoto, ma per lo meno il compito viene svolto con competenza. Ma alla lunga (e il disco sembra non finire mai) la professionalità non basta, e si esce dall’ascolto sfiniti, come se avessimo attraversato il deserto, ma senza il divertimento.
(3.2/10)