
Vi ricordate quando si dava il rock come defunto? Rinacque di lì a un paio di stagioni col crossover e il “post”, zittendo i frettolosi indovini. La qual cosa infonde un pochino di speranza anche in chi segue le sorti dell’hip-hop, da un lustro sempre più occupato a incensarsi, infilato in un vicolo cieco tra autoreferenzialità e celebrazione. E soldi. Tanti, che allontanano dalla strada e andrebbe ancora bene, ma pure distolgono gli artisti dal cuore del discorso, la musica, che al suo meglio sa essere evocativa ed avanguardistica come poche.
Tutto questo sfogo per evidenziare una sola cosa: che oggigiorno va di lusso se, arrivati a Dicembre, ci troviamo in mano una cinquina rap meritevole. Nella quale rischia di finire - anche per la pochezza dei contendenti: non è tuttavia colpa sua - questo ennesimo disco dei Galactic, formazione proveniente da New Orleans, della quale onora la tradizione sonora suonando la più parete delle basi cui sono affidate le rime di un bel manipolo di personaggi. Tra i più noti sfilano Amp Fiddler (sospeso, terrigno, acido: così fa suo I Want Peace, l’altro brano memorabile del cd), Mr. Lif e la rediviva Ladybug Mecca un tempo nei Digable Planets.
Ora: il rischio latente in operazioni di tal fatta è che l’ascolto si riveli sfilacciato e privo d’unità. Non qui, grazie a un tappeto sonoro che recita da protagonista, intreccio plastico di groove (l’attacco di …And I’m Out) e ingegno che non prevarica bensì integra le rime. Da una Bounce Baby rovente crocevia di funk e mambo a un capolavoro di gospel narcotizzato qual è Find My Home si rinviene parecchio di che godere, e tanto per dire: esuberanti martellamenti (What You Need, Hustle Up), George Clinton alle prese con lo swing (il brano omonimo), nerborute movenze princiane (Squarebiz), fiammante errebì squarciato d’urbanità (Tuff Love).
E questo giusto per invogliarvi a farli vostri, questi ricchi cinquanta minuti non privi di difetti, ovvero una chiusura che sa di riempitivo - il tedesco, ci dispiace, non è funky - e un paio di tracce sottotono. Al loro meglio, comunque, i Galattici visi pallidi della Louisiana regalano meticciato di Beastie Boys e Roots che odora inconfondibilmente della “Big Easy” (Second And Dryades un moderno Dr. John?). Basterebbe solo un pizzico di continuità per lasciare un segno ancor più profondo: nel frattempo, restiamo in piacevolissima, spesso esaltante attesa.
(7.4/10)