
L’immaginario post-rock in maniera decisamente allarmante. Artwork neo-impressionista, apparato prettamente strumentale, elettronica d’accatto e glitcherie varie, cantato (poco) in italiano. Fortunatamente il timore di lasciare in sospeso il giudizio su questo secondo album svanisce al primo ascolto.
I quattro Camera 66 (Cristian Altieri, voce, chitarra, basso; Alex Giatti, basso, voce, chitarra; Alessandro Bianconi, batteria, samples, computer e Patrick Altieri, rhodes, synth, piano, chitarra) forniscono una prova al di sopra delle aspettative, al guado tra sprazzi di cantautorato colto da underground italico e via personale al post-rock minimale. Le poche tracce con voce vivono di una enfatica alternanza tra il declamatorio e il sussurrato che rimanda a quella sottile linea rossa che dai primi Massimo Volume, arriva a Bachi Da Pietra passando per i Madrigali Magri. Come Ali D’Insetto è stranamente vicina a toni offlaghiani, seppur diverse sono le tematiche e il sostrato musicale, mentre l’urlo distante di Piano (Per Distorto) rievoca quello represso del Giambeppe Succi dei primi MM.
La parte strumentale è cinematica e minimale, d’impatto visivo e visionario, sporcata da un uso mai invadente del glitch (lo strumentale abbozzo di ballata per piano e rumorini Respiro) né tanto meno dalle ridondanze in crescendo tipiche del genere, ma impreziosito da una bella ricerca dei e sui suoni.
Distesi e dilatati, soffici ed evocativi, i Camera 66 stanno cercando (e hanno forse trovato) una via personale al dopo-rock.
(6.7/10)