
Ogni tanto la fortuna ci assiste. La fortuna di ascoltare una cosa che pulsa. Un botto che ti passa sotto la pelle e che ti rinnova. Uno di quei tram chiamati desiderio su cui bisogna salire per forza. La giostra stanca della minimal viene scardinata dall’esordio di Pronsato. E come già l’amico Andrea Sartori aveva realizzato attraverso l’uso dei samples dal vivo, così qui si gioca la carta dell’anima, dell’organicità innestata direttamente sul breakbeat. Il risultato prescinde dalla cassa in quattro e gioca su effetti scenici che devono più di qualcosa all’estetica wave-grime. Un sogno che Steven L. Ford realizza dopo anni di militanza come batterista in gruppi HC e post-punk: la novità che aspettavamo dopo il Fabric di Villalobos è arrivata. Coniugare il verbo minimal con soluzioni che evitano il quattro sfrontato cui siamo abituati da troppo e puntano sull’organicità, sul suono vivo, sulla costruzione del climax più umana, meno robotica.
Le voci decostruite di Slowly Gravely, le percussioni afro-rock in salsa ispanica di What They Wish, i sospiri acidificati in quella corsa infernale che è Same Faces, Different Names, le marimbe tortoisiane (!) in An Ill Collage, la classicità con le congas e le bordate ubertribali nell’inno At Home I’m A Tourist, ottoni in echi dark e per concludere pure la ballad glitchy blues (What We Wish). Tracce che superano abbondantemente i 7 minuti, suites che finalmente se ne fottono delle casse-in-quattro. Intendiamoci: il battito c’è, ma viene mascherato, accennato e curato in maniera maniacale, per proporre delle soluzioni che ricordano in parte gli esperimenti Novanta di Squarepusher, in parte le camere squadrate del primo Photek.
Minimal che esce dal club e si rende docile all’ascolto, senza cadere nelle melensaggini del chill-out. Il ritmo costruito pezzo per pezzo, quasi come se i Battles uscissero a cospirare con Amon Tobin, coincidenze impensate, banditismo sonico che si scaglia contro il mainstream da dancefloor. La soluzione sta nell’equilibrio ricercato. Svicolare dalla minimal: qualcuno ce l’ha fatta. Berlino adesso ci riscalda il cuore. Finalmente. Grazie, Bruno. (7.7/10)