
Sette gli anni per tornare sulle scene, ricchi di avvenimenti che pensavamo avrebbero lasciato in dote insanabili ferite. I litigi e le diatribe tra i fratelli Robinson culminarono nel 2002 in uno scioglimento poco amichevole e nelle irrilevanti, rispettive carriere soliste; nel frattempo Chris divorziava dalla moglie ed era un’ulteriore tegola a cadere sulla sua testa. Legittimo supporre che, a un certo punto, i legami di sangue debbano averli convinti a seppellire l’ascia di guerra: risale al 2005 il riavvicinamento, quel comprendere che, se le lancette più di tanto non potevano tornare indietro, qualcosa da dire ancora c’era. Mancavano solo degli ingranaggi da sostituire, in particolare il chitarrista Marc Ford rimpiazzato dal leggendario Luther Dickinson (assiduo frequentatore di Alex Chilton e Tav Falco) per concretizzare un nuovo disco e voilà, ecco fatto.
Considerate le premesse, benché stilisticamente nulla sia mutato le tracce di quanto accaduto consegnano un ulteriore senso di maturità, una reazione vigorosa come non accadeva da anni. Non hanno mai innescato rivoluzioni, i Black Crowes: da loro non ci si attende riscritture delle mappe o allargamenti di confini tra i più tradizionali coi quali confrontarsi nel rock. Le coordinate rimangono fedeli a un’epoca classica considerata tra le più felici, la transizione fine Sessanta-primi Settanta che osservava beat e psichedelia cedere il passo agli Stones bisboccianti con cadaveri blues e nuove leve del calibro di Little Feat. Ci si guarda indietro da sempre in casa Robinson, e ben venga chi mantiene viva la memoria con scrittura di rango ed esecuzione brillante. Spetta ad altri, oggi come ai tempi di Shake Your Money Maker, il compito di esplorare e ibridare.
Da buoni sudisti, i Corvi infondono dunque tutta l’anima in undici brani (e la negritudine prorompe sanguigna da Walk Believer Walk) senza mai perdere di vista equilibrio, misura, gusto per la citazione colta (God's Got It uno stomp omaggio del reverendo Charlie Jackson). Prelevano cocci gloriosi per lucidarne l’attualità, perché se lo fa Bobby Gillespie a targhe alterne, loro ci sono dapprima nati e in seguito cresciuti nel cuore sonoro di cui sopra. Gli spetta di diritto questa musica, e lo sanno. Questo spiega la trascinante Goodbye Daughters Of The Revolution, i cori alati sul passo sottratto a Lowell George per We Who See The Deep, l’acustica serenità che vibra e dipinge quadretti toccanti come Oh Josephine e Locust Street. Però su Evergreen aleggia un non so che di “dopato” e Wounded Bird incolla errebì e una fiammeggiante slide sulle atmosfere vagamente beatlesiane del disco di Gary Louris, guarda caso prodotto proprio dal buon Chris Robinson. Su mattoni solidi come la cura dell’intarsio e le argomentazioni che un po’ ti aspetti e un po’ no, Warpaint intavola discorsi antichi e ciò nonostante meritevoli d’attenzione. Tra genuinamente “retro” e artificiosamente “nuovo” è fin troppo facile scegliere.
(7.3/10)