
C’è Steve Osborne dietro al nuovo make up dei redivivi B52’s e si sente. Il disco monta casse house e filtri dancey, ingredienti che il produttore innesta nel ventre pop’n’roll come nessun altro perché proprio lui era dietro ai bottoni del bel Get Ready dei New Order e proprio per questo lavoro la band ha deciso di assoldarlo. Funplex infatti è formalmente questa scocca luccicante: espedienti house intagliati rockabbilly, saliscendi tra strofa e ritornello, elettroniche al sapor di big beat (Fat Slim e non poco), e soprattutto i riverberi ariosi delle chitarre (trattate, ma sempre affilatissime) che sono in pratica la specialità dell’uomo.
Dietro al mutuante arrangiativo c’è però a sua volta della sostanza: l’hook di Pump aggiorna, senza perderci, il piatto forte del quartetto. È una storia di battuta e battito di mani sixties, chitarra elettrica macha e un dialogo di coppia per la serie Hazlewood/Sinatra ma decisamente sfrontato e, ovviamente, punk. Ci risiamo dunque, con testi più tosti per giunta: tra in & Out sessuali (“Sperm and Gelly”, “G Spot”, “ready to pump” ecc.), squallidi tradimenti e scorribande da mercato sessuale-chirurgico.
In sostanza, i B’s ci dicono che se questi sono tempi per certi versi più sfrontati degli Ottanta, c’è da affilare la lama e calciare in bocca il divertimento e tutto ciò ovviamente mascherato con i bei tempi andati, con il fun Sessanta californiano (Hot Corner), bilancia necessaria e paradossale per muovendosi nella maniera più efficace tra ingenuità e disvelamento. Il mito del resto era tutto lì e qui ritorna, se non fosse che i quattro non voglio neppure perdere il treno dell’attualità e dei grandi numeri.
Non sorprende pertanto ascoltare in Funplex canzoni commerciali e FM come Juliet of Spirits oppure Love In The Year 3000 dove è tutta una faccenda di buona produzione. E non si tace nemmeno, una canzonaccia funky house alla Minogue meno performante come Eyes Wide Open. Prodotti assolutamente prescindibili a cui il ritornello-metà-Ottanta-bruttino della title track non oppone un granché, se non fosse per quello sproloquio da predicatore e quella, diciamo, materia non allineata. La diagonale c’è: zampate da vecchie bestiacce come queste s’ascoltano per buona metà dell’album e tengono vivo un divertimento non automatizzato (non del tutto almeno, sentite anche il colpo di coda Keep This Party Goin’). Se aggiungiamo il buon lavoro di Osborne e qualche bel pezzo senza se e senza ma il risultato non dispiace affatto.
(6.8/10)