
Quando la città dorme e le luci al neon cambiano le ombre. Quando la pressione nelle vene si fa bassa, sospesa, intima e colpevole. Dean Roberts, l’alchimista dei due mondi (Vienna – Nuova Zelanda) abita queste ore e gli Autistic Daughters sono il supporto per le sue riflessioni di mezzanotte. Cosa sarebbe questo? Il folk alcolico del post rock? Anzi no… del post e basta? Nella musica di Dean Roberts tutto arriva già elaborato, masticato, meditato, cambiato alla radice. Forse è l’elisir di Rehana che agisce quando “tutto si muove lentamente”.
I tocchi strumentali degli Autistic Daughters sono immediati e istantanei come una polaroid. Note di piano che aprono al vuoto e cercano il silenzio; il passo malfermo delle percussioni sotto il colpo soffice delle spazzole; un’elettronica gentile che riverbera gli strumenti, taglia senza ferire, aumenta le profondità, si ammanta sui suoni come fumo denso e quella voce da sussurro in penombra. Dean lo trovi all’ultimo tavolo dell’ultimo bar dell’ultima ora. Canta, anzi sussurra, sapendo di essere l’ultimo degli ultimi. Ma non è solo. Insieme a lui, Werner Dafeldecker, Martin Brandlmayr e per la registrazione del disco il nostro Valerio Tricoli. Spiriti affini ovviamente.
Perché certe battaglie possono essere combattute solo da chi ha la vista abbastanza forte per poter superare il buio e vedere dove porta quel viale. Nel frattempo… barista, versi pure del gin in questo latte acido.
(7.5/10)