
A due anni dall'esordio Arrebol, prodotto da Vinicius Cantuaria, la trentenne brasiliana ma parigina d'adozione Aline De Lima torna a far vibrare le trepide corde bossa della propria voce-anima. Stavolta la bella cantante e autrice "morena" ha scelto di farsi produrre dal polistrumentista Jun Miyake, il cui morigerato etnomodernismo - si ricordino le sue collaborazioni con Arto Lindsay, David Sanborn e Cantuaria stesso - conduce il suono dalle parti di una disinvolta essenzialità a base di vibrafono, organo, chitarra, percussioni, rari appliques sintetici ed archi evocativi come fantasmi di celluloide.
Si veda Marin-pecheur, sorta di miraggio Goldfrapp screziato di abbandono Nick Drake, e ancor più Adeus solidao, coi controcanti caliginosi e tutto un rimbombare madreperlaceo a tratteggiare una irrealtà stilistico-poetica degna della più inafferrabile Cibelle. Le melodie alternano setoso disarmo (come nella stupenda Som om ingenting har hant, dove la chitarra si concede un breve assolo quasi Steely Dan) e arguzie indolenzite (vedi la briosa Ladeira de preguiça), disimpegnandosi al meglio in Quem sou - mestizia minimale drappeggiata dagli esotismi del kora, come a suggerirlo quale atavico predecessore del più consono bandolim - e in quella Mundo ilusorio che si spalma jazzy e dimessa come la Marisa Monte di Infinito particular.
La ragazza ha una voce non eccelsa ma la utilizza con grazia, misura e passione, la qual cosa rende l'ascolto un'esperienza appagante malgrado la scrittura a momenti risaputa e almeno un azzardo - quella specie di Shakira rurale in Canto morno - non proprio riuscito ma assolvibile.
(6.8/10)