
Alessandra Celletti, pianista romana formatasi all’Accademia di Santa Cecilia, è conosciuta soprattutto per le sue interpretazioni di autori francesi a cavallo fra l’Ottocento e il Novecento (Satie, Debussy, Ravel). Ma il suo curriculum va ben oltre questi autori, spaziando dalle interessanti riletture del compositore ceco Janacek, a quelle del celebre “inventore del ragtime” Scott Joplin e del minimalista Philip Glass (Metamorphosis) ai quali ha dedicato singoli album durante la sua più che decennale carriera.
Purtroppo, però, non sempre la fama di interprete va a braccetto con le capacità compositive e, obiettivamente, da un’autrice dalle così ampie vedute ci si aspettava qualcosa di più. Way Out conferma, tutto sommato, lo stile del precedente album di “canzoni” della Celletti, The Golden Fly: un miscuglio di songwriting all’italiana, condito di pianismo alla Einaudi e spruzzatine di post-rock in stile Giardini Di Mirò (Burning), mentre la voce, volutamente abbandonata a leggerezze bambinesche, ricorda Suzanne Vega.
Si resta un po’ perplessi e (perché no?) un po’ annoiati già a metà di un album che offre troppe soluzioni scontate e manierismo pop dall’aria notturna, che, si suppone, piacerà molto a chi ama ascoltare la musica distrattamente, creando atmosfere notturne nella propria cameretta illuminata da candele profumate. Non si riesce neanche ad invocare la raffinatezza a colmare il vuoto di contenuti. Vabbè l’aria volutamente infantile (Hundred Points), vabbè il pop “d’autore” (Gold), vabbè le musiche d’ambiente (Ask Me) e i richiami “classici” (Seventh Heaven). Ma poi, in fin dei conti, in mano ci resta un disco mediocre e ci dispiace. Parafrasando il titolo dell’album, verrebbe da dire “there’s no way out”!. Allora, a risultato banale, domanda banalmente “economica”: non sarebbe meglio che Alessandra concentrasse le proprie energie in ciò che meglio sa fare, cioè l’interprete?
(5.0/10)