
Nel comporre a un tributo a Prince è impensabile non coinvolgere l’eterogeneità, date le continue mutazioni del pazzo e geniale percorso creativo del maestro: uno che ha attraversato in senso stretto quasi tutti i territori della musica, mettendone a soqquadro pure le regole economiche e di distribuzione, anticipando sempre i tempi e fregandosene di quello che avrebbero potuto dire (e che hanno detto) i critici. Il tutto – bisogna dirlo - conservando una vena soul che lega la sua sterminata e sempreverde discografia. Soul come paradigma estetico: l’anima non va ricercata nella prevedibile struttura delle tracce o nei cliches compositivi, bensì nell’uomo mutaforme, nel gesto di stile unico e irripetibile.
Nella selecta fresca di stampa compaiono artisti dal background più disparato e vario: con questo trucchetto i produttori della Rapster hanno saputo catturare le infinite anime del folletto, attraverso inediti che rivelano e fanno meditare in modo nuovo i suoi “best of”. Le tracce più significative per questo “allontanamento-dall’originale-che-svela” sono la versione acustica di Purple Rain curata da Stina Nordestam, che sembra piovere direttamente da un live acustico dei Portishead, Crazy You in electroeasybossa dal pianeta ritmo Osunlade, la slow motion pop IDM degli Hefner nel post-trattamento di Controversy, lo stupendo singolo reggae dei Dynamics (una Girls & Boys stellare), il glitch à la Bran Van3000 di Peaches (Sexy Dancer da sballo funky Settanta) e il dubstep deeppissimo di Kode 9 & Space Ape (una bomba al cuore Sine Of The Dub).
Il successo di molti artisti trova radici profondissime nella storia del ritmo: Prince resta ancor’oggi un punto di riferimento imprescindibile. Da ascoltare per farsi un’idea delle sottili linee rosse che collegano la sua produzione a quella di intere scene: p-funk, nu-soul, trip-hop e addirittura dubstep devono molto al Principe. Lunga vita al suo regno. Vassalli e valvassori, inchinatevi ancora una volta.
(7.0/10)