Caratteri: [Small] [Medium] [Large]

Tin Hat – The Sad Machinery Of Spring (Hannibal / Rykodisc, 30 gennaio 2007)

di Antonello Comunale

Erano partiti come trio. Il Tin Hat Trio di Mark Olson, Carla Kihlstedt e Rob Burger. Perso quest’ultimo, divennero un Quartet con l’ingresso in formazione di Ben Goldberg e Zeena Parkins. Ora per il nuovissimo lavoro, il primo licenziato da Hanninal/Rycodisc, diventano addirittura un Quintet, con l’aggiunta del multistrumentista Ara Anderson. Deve essere stata proprio questa assidua tendenza a cambiare line-up a convincerli a tagliare la desinenza finale, lasciando solo la radice Tin Hat.  Se c’è qualcosa che non cambia invece è l’immutata meraviglia della musica. The Sad Machinery Of Spring ci riconsegna senza grandi cambi di registro l’universo musical-gitano del Tin Hat Trio. Una terra di nessuno dove cadenze teatrali convivono fianco a fianco a rozzezze country-folk, dove gli umori caldi del mediterraneo sposano le dolenze balcaniche e il realismo magico sud americano va a braccetto con l’esoterismo ebraico; in definitiva un treno in corsa che attraversa regioni diverse e solo apparentemente inconciliabili come jazz, blues, folk, musica da camera. Un colpo al cuore per uno come Tom Waits che si auto invitò su Helium e li ha sempre sponsorizzati.

The Sad Machinery Of Spring trova radice nel lavoro dell’artista ebreo-polacco Bruno Schulz, romanziere e artista grafico ucciso per strada, nel 1942, da un ufficiale nazista. Quello di Schulz è un mondo kafkiano, grottesco, malinconico, che non a caso ha dato ispirazione ai Brothers Quay, per il loro The Streets of Crocodile. E’ proprio nell’intersezione tra l’esistenzialismo mitteleuropeo di Schulz e le visioni fantastiche dei fratelli Quay che possono trovare sistemazione brani leggeri ma mai evanescenti come The Secret Fluid of Deusk, la splendida Daisy Bell cantata dalla Kihlstedt o ancora meraviglie come Dionysus che sembra un frammento del Bolero di Ravel rifatto dalla Penguin Cafè Orchestra. Il clarinetto di Anderson, l’arpa di Zeena Parkins e soprattutto il violino della Kihlstedt sanno tirar su dal nulla, ampie e immaginifiche scenografie come l’eden misterioso di The Land Of Perpetual Sleep.

Molta della musica dei Tin Hat è vicinissima all’ideale di crossover folk transculturale dietro cui va dietro Jeremy Barnes con gli A Hawk and a Hawksaw, con la differenza che Olson e la Kihlstedt non lavorano mai di addizione. Piuttosto la loro è una mirabile sintesi ed è anche per questo che ormai hanno uno stile riconoscibile. L’Esperanto,come titolavano in un loro vecchio brano, piuttosto che una fugace fiera dell’est.

(7.3/10)

  1. Old World
  2. The Secret Fluid Of Dusk
  3. Blind Paper Dragon
  4. Dionysus
  5. Daisy Bell
  6. Drawing Lessons
  7. The Book
  8. Dead Season
  9. Black Thursday
  10. The Tailor's Dummies
  11. Dionysus II
  12. The Land Of Perpetual Sleep
  13. Janissary Band
  14. The Comet
  15. Intractable