
Da Copenhagen (e dintorni) arrivano questi Slaraffenland (che in lingua nordica significa “terra del latte e del miele”), alla loro terza uscita, dopo un EP e un album. Poca fatica per questa introduzione perché l’estetica, ascoltando le prime note, fa un po’ preoccupare dalle parti di chi scrive – cioè sulla sua scrivania. È un altro disco post-rock emozionale, pensa tra sé e sé, dove emozionale sta anche per “piacerà agli emo”, colpevole specie il modo di cantare.
E invece no, bisogna solo avere pazienza. Non solo no, ma (quasi) tutt’altro; questo Private Cinema è anzi un disco complesso e per nulla banale – ci si accorge che per giudicarlo non basterà un ascolto approssimativo; e solo parzialmente (Sleep Tight, Show Me The Way) queste tracce si prestano alle stesse critiche che abbiamo mosso recentemente ai novelli post-rockers – cioè di non volersi scrollare di dosso quelle note (tipiche del riempimento che abbiamo dato della voce “genere”), quello struggimento fatto di dilatazioni e rumorismi improvvisi.
Per una volta l’animo scandinavo sgorga senza posa e stupendo piacevolmente, ma non nell’unica direzione Sigur Ros/Mum e compagni di classe; anche nella direzione di un animato sottobosco progressivo, fatto di funghi mai allucinogeni ma colorati, nani, folletti buoni ed estrosi. Il risultato è a volte una commistione free-jazz giunglesco/post-rock, a volte simile a chi della Scandinavia ha le origini, e ha fondato una famiglia ad Akron (Watch Out). Il meglio, però, inizia con la cavalcata percussiva di You Winn, e continua in Ghost, che inizialmente sembra fuoriuscire dal cappellaio matto dei Parenthetical Girls, ma poi torna sulla batteria rumorista, artificiosa – quasi Eighties, da drum machine esterrefacente, da batteria ebm – della traccia precedente; spunta addirittura, ciliegina sulla torta, un sax del tutto beefheartiano, ma là dietro, neanche in seconda fila, in terza, quarta, in galleria. E si sa che, se si finisce in bellezza, la gente è meglio disposta.
(6.9/10)